Articolo da la Sinistra quotidiana
Sempre più evidente, sempre più a
conferma di ciò che non presupponibile, ma è invece una chiarissima
realtà di intenti per arrivare ad altrettanto chiari fatti. Di cosa si
tratta? Della proposta di nuova legge elettorale che la maggioranza di
governo ha proposto alle Camere. Lo hanno chiamato “Stabilicum”
per significare che dovrebbe essere la norma capace di stabilizzare una
volta per tutte il rapporto tra le forze politiche schierate al governo
e all’opposizione. Ma, in realtà, è l’ennesima legge delle regole del
gioco democratico fatta per negare lo stesso, fatta per consentire a chi
oggi governa l’Italia di poter vincere anche in oggettive condizioni di
crisi di consenso che, proprio in questa campagna referendaria, stanno
divenendo più che mai evidenti.
La luna di miele tra gli italiani e il
melonismo non è finita, ma di sicuro ha conosciuto momenti migliori.
Anche chi ha votato per le destre si sta accorgendo della propensione
naturale di queste di esercitare un controllo asfissiante da parte
dell’esecutivo sugli altri poteri dello Stato e di una voglia di
uniformità che nega alla radice l’impianto costituzionale della
Repubblica: il governo di Giorgia Meloni (e quindi lei per prima) pensa a
mantenere il potere e trascura tutto il resto. Lo fa saldandosi
all’asse atlantico e trumpiano; lo fa preferendo un rapporto con una
economia di guerra piuttosto che con un’economia sociale. Lo fa
proponendo una controriforma della giustizia che è un attacco alla
magistratura.
Da ultimo, lo fa con una ipotesi di
legge elettorale in cui la proporzionale non è per niente pura, perché
sono presenti sia le soglie di sbarramento (al 3%) sia premi di
maggioranza esorbitanti (listoni di 70 nomi scelti, come del resto tutte
le altre liste, dai partiti, quindi nessuna preferenza esprimibile da
parte dell’elettorato) che consentono alla coalizione che raggiunge il
40% dei voti validi di avere un consesso parlamentare tanto ampio da
avere in tasca i numeri per controllare pienamente l’elezione del
Presidente della Repubblica e dei nuovi CSM se passasse la sciagurata
controriforma di Nordio. Un pigliatutto, insomma.
Un vera e propria rimarchevole,
platealissima confessione del disegno autoritario in atto che, quindi,
nega, in sé e per sé, la necessità di riavvicinare il corpo elettorale
e, più in generale, la popolazione in quanto tale, ad una idea di
rappresentanza della politica scelta nuovamente dai cittadini. Così la
maggioranza mette una pesantissima ipoteca sul futuro della democrazia
repubblicana: in evidente difficoltà e crisi di consensi, nonostante i
sondaggi diano il partito della Presidente del Consiglio sempre
piuttosto attestato sul 29/30%, con lo spettro del NO referendario che
potrebbe dare un vero e proprio pesante colpo alla stabilità attuale
dell’esecutivo, con ai fianchi il vannaccismo che preme per avere un
ruolo, ecco che la proposta di legge elettorale dovrebbe garantire a
Meloni una certa sicurezza.
Ciò che dimostra in tutto e per tutto la
Presidente del Consiglio, unitamente a tutto il suo esecutivo, è di non
avere per niente a cuore le sorti della democrazia e la libera
rappresentanza popolare mediante una delega elettorale data prescidendo
dalla mitizzazione della stabilità, delle governabilità. Si pone avanti a
tutto ciò che, umiliando la possibilità di scelta sovrana delle
cittadine e dei cittadini (tanto di qualsiasi partito quanto di
qualsiasi candidato che si presenti), permette invece di dirsi al sicuro
dalla vittoria del Campo largo, del campo progressista,
dell’alternativa possibile all’attuale maggioranza conquistata in una
minoranza di voti espressi dal corpo elettorale.
Stando ai sondaggi attuali, con le simulazioni fatte da televisioni e giornali si ricava che con l’attuale legge elettorale “Rosatellum”
(che non è certamente apprezzabile e che nega anch’essa una vera
correlazione tra quantità dei voti validi per ciascun partito e quantità
di parlamentari eletti), i seggi attribuiti nella Camera dei Deputati
al Campo largo sarebbero 192, alle destre 186, ad Azione ne andrebbero
9, a Futuro Nazionale di Vannacci ne andrebbero 6. Agli altri partiti 5
seggi. Con la nuova legge elettorale invece le destre avvrebbero una
maggioranza di 228 seggi (70 dei quali ottenuti col premio di
maggioranza) rispetto ai 147 del Campo largo, agli 11 di Azione e ai 10
dei vannacciani.
Nella simulazione fatte per il Senato della Repubblica, con il Rosatellum
si avrebbe una situazione così fotografata: alle destre 96 seggi, al
Campo largo 95. Ad Azione 3 seggi, a Vannacci 2; agli altri partiti 4
seggi e in più da conteggiare i 5 senatori a vita. Con lo Stabilicum invece
l’attuale maggioranza avrebbe 113 seggi (di cui 35 ottenuti sempre col
famigerato premio di maggioranza), mentre il Campo largo scenderebbe a
76 seggi. Azione ne avrebbe 5, Vannacci 2 e gli altri partiti 4. Pare
qualcosa di più dell’evidenza il fatto che la legge elettorale proposta
dalla compagine meloniana è pensata e scritta non per garantire la
governabilità del Paese, ma per garantire la continuità del governo
attuale, prescindendo dai numeri assoluti dati dalla partecipazione
popolare al voto.
Il premio di maggioranza è un grande
inquinante della volontà delle elettrici e degli elettori: al mito
assoluto della stabilità e della governabilità, che comunque va
salvaguardato come valore intrinseco del meccanismo democratico nella
dialettica soprattutto parlamentare, si sacrifica scientemente la
rappresentatività e, quindi, la volontà di chi si è espresso mediante
quella delega che è quintessenza della sovranità affidata dalla
Costituzione alle italiane e agli italiani. Tutto torna, dunque, perché
tutto continua ad andare nella direzione più che oggettiva di una
acquisizione da parte del governo di maggiori poteri a scapito degli
altri poteri dello Stato che divengono censurabili da Palazzo Chigi,
come nel caso del Parlamento, o controllabili come nel caso della
Magistratura.
Se non vincerà il NO il 22 e il 23 marzo
prossimi, le porte spalancate ad un irrobustimento della torsione
autoritaria saranno una certezza. L’anche solo timido timore di doversi
nuovamente confrontare con un voto che possa rimandarli del tutto
democraticamente all’opposizione, rende le destre assolutamente eversive
e chiaramente tali: tanto da cucire addosso a sé stesse un abito pronto
per la prossima legislatura senza doversi preoccupare di doverlo
cambiare e di lasciare quello buono alle attuali forze di minoranza che
avrebbero tutto il diritto, se ottenessero più voti, di andare al
tentativo di formare un governo. Ma da quanto tempo ormai siamo abituati
al fatto che i governi non si compongono più con il dialogo tra le
forze parlamentari ma, invece, sono “scelti” mediante il voto politico?
La risposta, per quel che ci riguarda,
è: da troppo tempo. Non prendiamo nemmeno più in considerazione il fatto
che, secondo la Costituzione, gli esecutivi traggono la loro
legittimità da un voto di fiducia parlamentare che non è una cambiale in
bianco, bensì la premessa per l’attuazione di un programma condiviso
anche, e forse soprattutto, da partiti non così afferenti tra loro.
Invece, con la bipolarizzazione standardistica della politica italiana,
immessa nell’agone competitivo dopo la fine della cosiddetta “prima repubblica“,
cavalcata dal berlusconismo e, non di meno, dalle mutevoli forme del
centrosinistra nel corso dei decenni passati, si è alterato ogni
equilibrio, ogni sana dialettica, ogni confronto.
Immagine generata con intelligenza artificiale