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mercoledì 19 novembre 2025

L’attesa infinita della crescita italiana



Articolo da Il Menabò di Etica ed Economia

Mauro Napoletano e Francesco Toni discutono le persistenti fragilità dell’economia italiana, segnata da alto debito pubblico, bassa crescita, produttività stagnante, bassi salari e fuga di competenze. Le cause sono strutturali: piccole imprese poco innovative, specializzazione in settori maturi e assenza da settori strategici ad alto potenziale di crescita. Per uscirne, secondo i due autori, servono una nuova politica industriale basata su una governance policentrica che coinvolga più attori, salari minimi effettivi e una riforma fiscale più equa.

Il malaise dell’economia italiana. L’economia italiana vive da tempo in una trappola di bassa crescita e alto debito pubblico. Negli ultimi anni, tuttavia, queste tendenze si sono intensificate e ad esse si sono sovrapposte nuove vulnerabilità.

Il rapporto debito/PIL resta elevato (138% nel 2025), il valore più alto tra i grandi paesi dell’Eurozona. Sebbene la durata media del debito rimanga stabile intorno ai 7 anni, in linea con quella della Germania e con la media OCSE, il costo medio del debito è tornato a salire con il venir meno del Quantitative Easing da parte della BCE (OCSE, Global Debt Report, 2025). Contestualmente, la quota di titoli detenuti dall’Eurosistema diminuisce a favore degli investitori esteri, aumentando la vulnerabilità dell’Italia a pressioni speculative come quelle della crisi del 2010-2011.

Il debito pubblico italiano ha origini storiche profonde (si veda Antonin et al., OFCE Policy Brief, 2019), ma il suo livello elevato recente non deriva da indisciplina fiscale: infatti, l’Italia ha registrato avanzi primari strutturali (vale a dire periodi in cui il saldo primario strutturale — il bilancio al netto di interessi e corretto per il ciclo economico — è stato positivo) per molti degli ultimi vent’anni. È stata invece la debole crescita — aggravata dalla Grande Recessione e dalla crisi dei debiti sovrani del 2010/2011 — a impedire una riduzione significativa del rapporto debito/PIL.

Il nodo centrale, dunque, non è la disciplina fiscale ma la performance a lungo termine dell’economia reale. Riguardo a quest’ultima, se si osservano le determinanti della crescita del PIL pro capite (Figura 1), emerge che dall’inizio degli anni ‘90 l’Italia ha fatto affidamento quasi esclusivamente sull’aumento dell’occupazione, mentre il contributo della produttività del lavoro è stato pressoché nullo o negativo in più fasi.

In effetti la produttività in Italia ha ristagnato negli ultimi vent’anni, quando non è leggermente diminuita, e questo la pone in coda tra i grandi paesi europei. Francia e Germania, invece, hanno registrato progressi ben superiori, e il divario si è ulteriormente ampliato, come illustrato in Figura 2.

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Fonte: Il Menabò di Etica ed Economia


Autore: 
Francesco Toni - Mauro Napoletano

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da 
Il Menabò di Etica ed Economia


2 commenti:

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