Articolo da la Sinistra quotidiana
La chiamavano “esportazione della democrazia” ed in realtà era guerra imperialista, sostituzione di un dispotismo con un regime coloniale, avvicendamento di truppe: dalle autoctone a quelle degli Stati compartecipanti alle coalizioni di più o meno volenterosi per espandere domini, per derubare i popoli dei loro beni preziosi nel sottosuolo, nel soprasuolo. La chiamano “resistenza“, ma il conflitto in Ucraina è, dalla parte in cui ci troviamo, niente di meno e niente di più di un finanziamento ad regime acquiescente nei confronti dell’Occidente sempre imperialista e del militarismo targato NATO. La chiamano “Mivtza Charvot Barzel” che, tradotto dall’ebraico, significa “Spade di ferro“. Ed almeno in questo caso il governo di Nentayahu, Ben-Gvir e Smotrich non finge poi tanto di essere il benefattore del popolo palestinese.
Un raro caso di coerenza tra parole e fatti. Anche se, la sola immagine delle armi bianche non rende certamente nemmeno lontanamente l’impatto del conflitto scatenato da Tel Aviv contro la Striscia di Gaza: 72.000 morti, centinaia di migliaia di feriti, condizioni disperate di una intera popolazione priva dei beni essenziali, delle medicine, di ogni cura, di ogni diritto umano degno di questo titolo. Poi c’è la guerra scatenata sempre uni-bilateralmente tra l’asse israelo-statunitense e la Repubblica islamica dell’Iran. Regimi contro regime. Nessuna democrazia in soccorso del popolo persiano. Solo una nuova ricerca di spazi di dominio, cercando di far venire meno il ruolo di potenza egemone – insieme ad altre uguali e contrarie come la Turchia – nel tribolatissimo Medio Oriente…
Le parole hanno perso di significato un po’ da sempre quando devono inserirsi nelle guerre tra gli Stati che i popoli subiscono. Le parole perdono quotidianamente di significato quando sono artefatte e poste al servizio della propaganda politica. Nei comizi elettorali è risaputo. Così come lo è nell’attitudine amministrativa giornaliera, nelle prove generali di turlupinamento che vengono fatte ogni fine aprile, in questo caso dal governo di Giorgia Meloni, per provare che l’esecutivo è dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori e che, con una decretazione ad hoc, intende favorire il lavoro dipendente. Al pari delle esportazioni democratiche per quanto concerne le aggressioni imperialiste delle grandi potenze contro le più piccole ricche di petrolio, gas e materie prime, qui si parla di “salario giusto” mentre si regalano milioni e milioni di euro solo alle imprese che assumo.
Lavoratrici e lavoratori non toccano un centesimo di euro che possa essere uno. Di norma, poi, una impresa assume se ha bisogno di assumere o se, cercando di uscire da una crisi strutturale, prova a licenziare e a fare sostituzione di mano d’opera solo per ottenere contratti al ribasso e tagliare quindi sempre sul fronte dei salari. Quasi un miliardo di euro quelli messi nero su bianco dal governo delle destre-destre: tutti pronti per essere dati ai padroni. Nessun aumento salariale, nessuna politica espansiva, ma sempre e soltanto incentivi al mondo delle imprese, mentre per quello del lavoro solo restrizioni, costrizioni, divisioni interne e blandimento anche sul fronte sindacale. Nello specifico della CISL che, insieme all’UGL, è la sola applaudire le misure del “decreto Primo maggio“. Persino ciò che è previsto per i lavoratori simbolo dello sfruttamento massimo, i riders che portano a casa spesa, panini, sushi, kebap e altro ancora, c’è una beffa grande.
Li si vuol tentare di dimostrare che si colpisce l’intermediazione illecita, meglio conosciuta come “caporalato“, ma tutto quello che il governo fa è contrastare l’adozione di più account da parte di un singolo ciclofattorino, senza porre in concreto nessuna azione che vada nella direzione tracciata dalle contestazioni della magistratura alle grandi aziende che sfruttano il lavoro precario e le partite IVA aperte con enormi svantaggi. I giudici hanno, ormai da tempo, improntato una linea di accusa che muove dalla constatazione del fatto che lavoratrici e lavoratori in questi frangenti «percepiscono retribuzioni sicuramente non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro». Alla corretta constatazione magistratuale non corrisponde però un effettivo contrasto di questo regime della subordinazione tramite algoritmi che sono e veri e propri “caporali digitali“.
Le parole, per l’appunto: creano dei danni enormi quando servono a nascondere la verità dei fatti. I riders che lavorano come partite IVA, quindi non in regime di prestazione occasionale vincolato ad un massimo annuale di guadagno lordo di cinquemila euro (con ritenuta d’acconto del 20%), non possono nemmeno dirsi “autonomi” perché nella pratica operano come dipendenti di una azienda che è impersonale e che si manifesta nei loro confronti solo tramite la piattaforma, la app scaricata sui telefonini che è la selezionatrice degli ordini, che dispone tempi e modi di consegna, che, quindi, è identificabile, appunto, con la figura del “caporale“. Ma il governo Meloni si fa forte di dati che parlano di un aumento occupazione in assoluto: ciò che non viene detto è che, come sempre in questi casi, quelle cifre riguardano centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori a chiamata, a giornata.
Un tempo quando si guardava l’indice dell’occupazione ci si riferiva esclusivamente al lavoro a tempo indeterminato. Oggi i riferimenti sono molteplici, perché la contrattualità è esattamente tale e non perché virtuosamente adattata alle esigenze di chi è impiegato in una fabbrica, in un ufficio, in un lavoro più o meno usurante; semmai perché l’unica variabile da cui tutto dipende è la resa profittuale, l’arricchimento di poco a scapito dell’immiserimento di moltissimi. Quindi qui di “salario giusto” non si può assolutamente parlare, se non, per l’appunto, entro i termini di una propaganda di governo fatta sulla pelle dei più fragili e indigenti di questa disgraziata società immersa nell’economia di guerra fino ed oltre il collo. La decretazione meloniana, del resto, è classista dalla prima all’ultima parola: intende consentire una retribuzione costituzionale affidandone la generazione alle organizzazioni sindacali di maggiore rappresentatività.
Non si capisce perché le organizzazioni sindacali minori debbano essere escluse da questo processo di formazione e di tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Il tutto, poi, fatto – e siamo sempre nella distorsione delle parole e nell’artificialità di un linguaggio alterato a proprio, esclusivo piacere ed interesse – nel nome della Costituzione! Nel decreto del Primo maggio tutto è costruito molto accuratamente per essere una norma che va contro le protagoniste e i protagonisti della giornata internazionale del lavoro. Più che di un “salario giusto“, Meloni e ministri avrebbero fatto meglio ad essere intellettualmente onesti per una volta e chiamare l’insieme di queste disposizioni con il loro vero nome: “profitto opportuno” per le imprese di cui questo governo è il reggi coda, il cavalier servente, l’interprete esclusivo dei moderni tempi di ritrovata bellicosità in un nazionalismo esclusivistico.
La pericolosità rappresentata dal governo Meloni emerge in tutta la sua prepotenza nella saldatura tra i tentativi di destrutturazione democratica dell’equipollenza tra i poteri dello Stato e l’impronta ben marcata del suo essere apertamente e indefessamente un esecutivo iperliberista, il cui punto di vista nemmeno prende in considerazione un compromesso tra le classi sociali esistenti; punta a privilegiare solo le prerogative imprenditoriali e distribuisce al mondo del lavoro solo delle briciole spacciandole per miglioramenti delle condizioni generali in più e più settori. Se davvero avessero voluto intervenire sul fronte dell’aumento dei salari per renderli “giusti” (adeguati in qualche modo agli standard europei) avrebbero dovuto mettere mano alla progressività della fiscalità e della tassazione delle grandissime rendite.
Avrebbero dovuto promuovere, come maggioranza che si picca di essere patriotticamente vicina alla popolazione, una legislazione sulla diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Avrebbero dovuto istituire un salario minimo garantito capace di fronteggiare il tornado inflattivo che investe i prezzi dei generi alimentari, delle primarie esigenze di ciascuno, senza escludere farmaci, carburanti, servizi sociali, pensioni comprese. Avrebbero dovuto diminuire la spesa militare e investire nella scuola pubblica, potenziando i capitoli di spesa sull’ammodernamento delle strutture, sulla messa in sicurezza degli edifici, sull’acquisto di nuovi materiali per l’apprendimento e, nel caso delle università, per la ricerca. Ma questo governo, da quasi quattro anni a questa parte, si è mosso – come era assolutamente prevedibile – nell’esatta, opposta direzione.
Fonte: la Sinistra quotidiana
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