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venerdì 1 maggio 2026

Rana Plaza, tredici anni dopo



Articolo da Valori

La moda si dice sostenibile, ma chi cuce i vestiti resta invisibile. Tredici anni dopo il Rana Plaza, i diritti sociali sono ancora il punto.

Tredici anni fa, il 24 aprile 2013, un edificio di otto piani crollava a Dacca, in Bangladesh. Dentro c’erano cinque fabbriche tessili. Morirono almeno 1.138 persone, operai e operaie che quella mattina erano stati costretti a entrare nonostante le crepe nelle mura fossero già visibili. Il Rana Plaza non fu una fatalità, ma il risultato di un sistema basato su salari da fame, assenza di sindacati, controlli inesistenti. E una catena di fornitura globale che comprava a prezzi talmente bassi da rendere impossibile qualsiasi investimento in sicurezza.

Tredici anni dopo, l’industria della moda si è trasformata, almeno nella comunicazione. I brand pubblicano report di sostenibilità, le fabbriche ottengono certificazioni ambientali, le collezioni si chiamano “eco” o “green”. L’Europa ha cominciato a legiferare seriamente.

Eppure qualcosa manca: il dibattito sulla moda sostenibile si concentra sull’impatto ambientale, ma chi cuce i vestiti continua ad essere invisibile. Una sostenibilità a metà.

Fast fashion e sovrapproduzione: 40 milioni di tonnellate di rifiuti tessili l’anno

Che il settore della moda abbia un enorme impatto ambientale e climatico è indubbio. E la causa va rintracciata in un modello economico che impone di produrre sempre di più per consumare sempre più capi di qualità sempre più bassa. Tra il 2000 e il 2015 la produzione globale di abbigliamento è raddoppiata, mentre il numero medio di volte in cui un capo viene indossato è diminuito del 36%, secondo l’Ellen MacArthur Foundation.

Le collezioni, che tradizionalmente erano due l’anno, sono diventate decine: ogni settimana i brand della fast fashion sfornano nuovi modelli rendendo obsoleti – e quindi non più desiderabili – i vecchi. Il risultato è una montagna di circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno, la maggior parte in discarica o incenerita.

Ne abbiamo scritto nel nostro dossier sulla moda. Ed è su questo terreno che l’Unione europea ha scelto di intervenire con un pacchetto normativo tra i più ambiziosi mai adottati per un singolo settore.

Ecodesign e Epr: cosa cambia con la normativa europea sulla moda

La prima misura entrerà in vigore tra pochi mesi. Dal 19 luglio 2026, in forza del Regolamento europeo sull’ecodesign (Espr), le grandi imprese non potranno più distruggere articoli di abbigliamento, accessori e calzature invenduti. Le medie imprese avranno tempo fino al 2030 per adeguarsi; le piccole sono per ora esentate.

Ad oggi la discarica e l’inceneritore sono un’opzione ordinaria per la gestione degli invenduti. Da luglio le aziende dovranno ripensare il modello inserendo donazione, ricondizionamento e riciclo delle fibre come uniche strade percorribili per smaltire il magazzino. Ciò comporta anche il ripensamento della sostenibilità a monte, visto che a limitare la possibilità di donare capi e riciclare tessuti è oggi la scarsa qualità dei materiali e delle confezioni. Per l’industria «cosa succede dopo» non è mai stato un problema, mentre produrre abiti a basso costo era la condizione di base per aumentare i profitti.

Sempre sul fronte dei rifiuti, quest’anno entrerà in vigore l’Epr tessile, la Responsabilità estesa del produttore. Mentre l’Espr vieta la distruzione di capi nuovi mai venduti, l’Epr riguarda i capi già acquistati e poi dismessi dal consumatore. Renderà i brand responsabili della raccolta, del riciclo e dello smaltimento dei propri prodotti a fine vita. Un dato chiarisce perché questa norma era urgente: oggi in Italia viene raccolta in modo differenziato solo il 12% dei tessili immessi al consumo. Il restante 88% viene smaltito come rifiuto generico.

Il passaporto digitale di ogni capo e la fine del greenwashing

Entro il 2027, ogni prodotto tessile immesso sul mercato europeo dovrà avere un Digital product passport (Dpp), una carta d’identità digitale accessibile via Qr code o Nfc. Scansionandolo, i consumatori – e le autorità doganali – potranno vedere la composizione esatta dei materiali, la percentuale di contenuto riciclato, le istruzioni per la riparazione e lo smaltimento, la tracciabilità della filiera produttiva. Per i brand, significa dover condividere informazioni sui fornitori e sui laboratori di confezione. Dati che fino ad oggi erano considerati riservati e che spesso nascondevano subappalti a cascata verso fabbriche con standard minimi.

Dal 27 settembre prossimo, con il recepimento italiano della direttiva europea 2024/825, sarà illegale usare termini come “eco-friendly”, “green”, “sostenibile”, “a zero emissioni” o “carbon neutral” senza prove verificabili. L’Agcm – l’Antitrust italiano – potrà chiedere documentazione a supporto di qualsiasi messaggio ambientale diffuso al pubblico e applicare sanzioni in caso di dichiarazioni ingannevoli. Dovrebbe essere la fine, almeno sulla carta, del greenwashing che ha caratterizzato la comunicazione della moda (e non solo) negli ultimi anni. Ma manca ancora all’appello la seconda direttiva che avrebbe dovuto istituire un meccanismo unico di verifica ex ante dei green claim volontari.

Il punto cieco della moda sostenibile: 75 milioni di lavoratori senza diritti

Queste iniziative europee, pur lodevoli, ruotano intorno a tre assi: impatto ambientale, trasparenza delle informazioni, economia circolare. Ciò che manca è l’attenzione ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici della filiera – circa 75 milioni di persone nel mondo, la grande maggioranza donne, concentrate nei paesi del Sud globale. 

Nel rapporto “Fabbriche verdi, lavoro grigio” a cura della Campagna Abiti Puliti, emerge come l’attenzione per la sostenibilità ambientale non necessariamente vada di pari passo con un miglioramento delle condizioni di lavoro. Il Bangladesh è il Paese del mondo con il maggior numero di fabbriche certificate Leed. Una certificazione che rappresenta uno degli standard più riconosciuti a livello internazionale per valutare la sostenibilità degli edifici. Nelle otto fabbriche analizzate è assente qualsiasi rappresentanza sindacale e il divario tra salario pagato e minimo dignitoso è del 70%. Fabbriche con i pannelli solari sul tetto e senza sindacato.

Come sintetizza Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti: «Le politiche green, calate dall’alto senza il coinvolgimento della classe lavoratrice, non sono né sufficienti né efficaci per raggiungere un’industria della moda pulita, equa e democratica entro i limiti planetari».

Decidere di trattare la crisi ambientale e climatica e i diritti delle persone lavoratrici come questioni separate è una scelta politica precisa. Eppure, è solo affrontandole come complementari che possiamo realizzare una transizione giusta. Ovvero, politiche di tutela dell’ambiente e del clima che promuovano giustizia sociale.

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Fonte: Valori

Autore: 
Claudia Vago

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da 
Valori


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