Articolo da Krisis
Mentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche.
Egemoni del caos Per l’ambasciatrice Basile, il declino dell’Occidente si manifesta in una strategia di guerra permanente. I conflitti non difendono valori democratici, ma il dominio del capitale finanziario.
La trappola del debito La sopravvivenza del dollaro dipende dalla supremazia militare e tecnologica. L’obiettivo è arginare l’ascesa multipolare di Cina e Brics tramite l’escalation.
Logiche mafiose I negoziati vengono sostituiti da minacce di assassinio e imposizioni di diktat. Operazioni un tempo coperte diventano oggi strumenti ordinari di relazione tra Stati.
Fabbrica del consenso La propaganda disumanizza le nuove generazioni, cancellando la via diplomatica. Si rispolvera la superiorità morale per giustificare crimini e genocidi.
Resistenza passiva Mentre le élite sbandierano una retorica bellicista, la società civile resta cauta. Una tenue speranza risiede nel rifiuto giovanile del sacrificio eroico.
Come fa notare Pino Cabras, si perora tranquillamente sul Washington Post, rispettabile giornale dell’establishment statunitense, l’uccisione rinnovata dei negoziatori iraniani se essi non vorranno pervenire a un accordo, in altre parole se non vorranno accettare i diktat di Donald Trump. Quel che un tempo erano operazioni coperte della Cia, assassini negati come quello di Lumumba in Congo, sono oggi accettati strumenti mafiosi di relazione con Stati più deboli. Mi chiedo se Paolo Mieli, Maurizio Molinari, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e i tanti cantori dell’Occidente buono – che demonizzano Russia, Cina, Iran e così via – abbiano qualcosa da dire in merito.
Le guerre con l’Iran e con la Russia sembrano, nell’ottica statunitense ed europea, guerre sante, contro il nemico che ci minaccia. In effetti sia Mosca sia Teheran non hanno alcuna voglia di farsi desovranizzare e di cedere le materie prime. Usa ed Europa, che a prescindere dalla commedia giornaliera, vanno fondamentalmente d’accordo, si stanno dividendo i compiti. L’Europa deve mantenere in vita artificiale l’Ucraina (è stato appena approvato il nuovo pacchetto di finanziamenti europei di 90 miliardi di euro) per utilizzarla come carne da macello contro Mosca, nella speranza mal riposta che in questo modo nel lungo periodo si potrà erodere il potere della Russia, potenza del surplus nemica come la Germania e la Cina.
A questo riguardo, una piccola digressione. Sono rimasta sbalordita dalla posizione presa da alcuni giovani, ex bocconiani, ragazzi colti e di una moralità esemplare che alla mia domanda: «Sono morti e feriti un milione di ucraini, con la nostra complicità (abbiamo impedito la mediazione dal 2014 ad oggi, ci siamo opposti alla neutralità del Paese), non pensate dobbiamo sederci a un tavolo e trattare per porre fine a questa strage?» hanno risposto freddamente che gli ucraini sono uccisi da Vladimir Putin e che decidono loro quando porre fine alla guerra (mentre si nascondono tremanti nelle palestre).
La propaganda disumanizza i giovani come gli adulti, penetra nei loro geni. È questa la mostruosa trasformazione antropologica in corso. La guerra con l’Iran è nel disegno dello stratega più consapevole e dominante, Israele, una guerra permanente che a lungo andare piegherà, data la forza asimmetrica, Teheran. Per via della crisi economica determinata dal controllo iraniano dello stretto di Hormuz, si potrebbe procedere a stop and go per mitigare i danni sull’economia internazionale. I bombardamenti a tappeto e sulle infrastrutture civili, se non la minaccia della bomba nucleare, e altri crimini di guerra, sono considerati pubblicamente strumenti a cui ricorrere per l’opera di convinzione morale.
Nel caso questa linea risulti vincente possiamo aspettarci un’escalation soprattutto verso i Paesi del Golfo, complici dell’attacco israelo-americano, con la distruzione delle raffinerie di petrolio e degli impianti di desalinizzazione. Qualche analista scopre oggi la dialettica esistente in Iran tra potere teocratico e laico, tra conservatori e riformisti, da sempre sbilanciato verso i Guardiani della rivoluzione, i pasdaran e i capi religiosi. L’attacco israelo-americano ha naturalmente rafforzato i falchi anche per l’incompetenza negoziale dimostrata da Trump e dal suo improbabile entourage.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato che lo stretto di Hormuz avrebbe riaperto, se il cessate il fuoco verso il Libano fosse stato mantenuto. Si trattava di una carta offerta al presidente Usa per poter cogliere la palla al balzo e uscire senza troppe umiliazioni dal conflitto, bleffando di fronte all’opinione pubblica incline, grazie al supporto mediatico, a ingoiare di tutto, e dichiarando vittoria.
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Fonte: Krisis
Autore: Elena Basile
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