
Articolo da Giap - Il blog di Wu Ming
Esce in questi giorni per i tipi di Laterza il nuovo libro di Matteo Pucciarelli, Guerra alle guerra. Guida alle idee del pacifismo italiano.
Il
capitolo 8, di cui riportiamo ampi estratti e che s’intitola «Guerra
nelle parole. Il linguaggio belligerante e il diritto di dissentire», è
in larga parte imperniato su un’intervista a WM1 realizzata nel
settembre 2022 e sul lavoro critico fatto da Wu Ming nel pieno dell’emergenza pandemica, durante un coprifuoco dell’anima durato un biennio. Pucciarelli getta uno sguardo retrospettivo su quel lavoro, lo riconsidera e ne prolunga diverse linee.
Non
capita ogni giorno – anzi, non ci era ancora capitato – di veder
riconoscere legittimità e valore a quelle nostre riflessioni e prese di
posizione in un testo pubblicato da una delle principali case editrici
del Paese.
Il fatto che a riconoscerlo sia un giornalista che lavora a Repubblica,
il quotidiano che più si mostrò forsennato nella caccia all’untore –
ossia, nelle varie fasi: al «furbetto», al «negazionista», al «nomask»,
al «novax», al «nogreenpass» ecc. – e che oggi ha il primato della
retorica guerrafondaia rende l’evento ancor più importante.
Grazie dunque a Matteo, e buona lettura. WM]
di Matteo Pucciarelli
«Narrazioni
tossiche»*: è questa la definizione che il collettivo di scrittori Wu
Ming ha dato a tutta una serie di distorsioni e mistificazioni di
parole, in questa guerra che solo dopo si combatte con i fucili o con i
droni telecomandati, con la violenza e la prevaricazione, ma prima è
fatta di un sapiente e costante lavoro di decostruzione culturale. Il 1°
marzo 2022 sul loro sito, Giap, pubblicarono un lungo articolo. Titolo: Una dichiarazione – politica e di poetica – sul virus del militarismo nel corpo sociale. Scrivevano:
«Oggi
militarismo e bellicismo sono totalmente sdoganati, non li mette in
questione quasi nessuno. Abbiamo visto due marò accusati di omicidio
trasformati in eroi della patria. Abbiamo visto l’esercito schierato
nelle strade con compiti di ordine pubblico. Lo abbiamo visto fare
propaganda nelle scuole elementari. Soprattutto negli ultimi due anni
abbiamo subito la militarizzazione spinta della gestione pandemica, con
il ricorso a una retorica bellicista, il tricolore ovunque e un generale
in mimetica a rappresentare la campagna vaccinale. L’emergenza
pandemica come ‘guerra al virus’»
Il parallelismo tra
le guerre vere e quella sanitaria poteva pure sembrare ardito, ma era
un fatto: [la pandemia] l’avevamo noi stessi letta, raccontata e vissuta
come un’esperienza di tipo militare. C’era
stato il coprifuoco, c’era stata la cultura del sospetto verso i nostri
vicini di casa (sono per caso usciti senza un valido motivo?), c’era
stato il controllo ferreo esterno e autoimposto sui nostri spostamenti,i
posti di blocco e la giustificazione necessaria per superarli, c’era
stata la ricerca dell’arma finale necessaria per sconfiggere il nemico,
c’era stata l’armatura simbolica, cioè le mascherine, anche all’aperto,
soli nel parco; c’era stata la campagna vaccinale, e «campagna» cos’è se
non un’altra parola di guerra?; soprattutto, alla fine, c’era proprio
il nemico e tutto il carico di retorica che questo si porta appresso,
poco conta che si trattasse di qualcosa di invisibile e che non puoi
toccare.
Non ci eravamo chiesti le origini di quel male, di quel
virus, né se avessimo avuto delle colpe nel crearlo e nel
diffonderlo; non volevamo neanche domandarci se le politiche decennali di
smantellamento della sanità pubblica a favore di quella privata
avessero avuto un qualche peso in quel trovarci impreparati, ridotti al
collasso; ma ci sentivamo in trincea, impegnati nella nostra guerra, non
c’era tempo per farsi domande. Giornali, radio e televisioni: trincea,
guerra, combattere, eroi sul fronte con il loro supremo sacrificio.
Quando c’è da vincere una guerra il dissenso è d’intralcio, gli spazi di
democrazia si riducono: decretazione d’urgenza e sospensione dei
normali diritti.
Quei due anni di virus potevano essere stati dei complici, degli
alleati, nell’altra guerra, quella delle parole che stavamo vivendo
adesso, dove dissentire sull’utilizzo delle armi pareva proibito pena lo
stigma sociale? […]
Era strano, perché i sondaggi all’inizio
della guerra in Ucraina dicevano che la stragrande maggioranza degli
italiani era contraria ad inviare armi all’esercito di un altro paese.
Eppure questa era un’opinione sottorappresentata: nelle piazze, in
televisione, sui giornali, in Parlamento, l’idea prevalente era un’altra
e opposta. Dobbiamo farlo, è giusto farlo, non farlo sarebbe criminale:
armi, armi, ancora armi. Provare a chiedersi perché la stessa solerzia
non c’era stata in altri conflitti, a favore di altri popoli egualmente
minacciati, non era ammesso.
Gli spazi per i contrari
all’escalation militare venivano appaltati invece a chi perorava
posizioni completamente opposte, in difesa delle ragioni di Putin. Il
dibattito si stava polarizzando esattamente com’era avvenuto con il
Covid-19, quando la società doveva essere per forza suddivisa in due
categorie: i sì vax e i no vax; c’erano quindi i pro-Ucraina e i
pro-Russia; il bene e il male; noi e il nemico. Bianco o nero. Né allo
sforzo di comprensione aiutavano le sovrapposizioni, per cui molto
spesso se eri un no vax, oggi tifavi Russia; se non ti eri posto alcun
dubbio sulla gestione pandemica, assistendo senza batter ciglio a tutte
le innumerevoli contraddizioni logiche e operative delle autorità,
adesso non te ne ponevi nessuno sull’approccio del governo e del mondo
occidentale al conflitto.
Sui social andavano di moda le
bandierine a fianco del proprio nome, come fa un esercito – come in
guerra, di nuovo –, quando bisogna uniformarsi e quindi mettersi la
divisa, radunarsi attorno al simbolo, ai propri colori, riconoscersi
grazie a quelli. In uno schema del genere, ripetuto mese dopo mese, c’è
spazio per l’approccio critico, per la pace, per la diserzione, per il
rifiuto, per i signornò? […]
Fatte le premesse [sul definirsi non «pacifista» ma «antimilitarista», NdR], Wu Ming 1
arriva all’oggi, al «disarmo psicologico» che sta vivendo il pensiero
radicale e alternativo che rifiuta guerre e militarismo. «C’è un
rapporto di causa ed effetto ricorrente: il riemergere del pensiero,
delle parole, dei gesti nazionalistici si porta dietro, sul breve e sul
medio termine, tensioni e pulsioni belliciste», ragiona. Breve riepilogo
storico per capire come siamo arrivati fin qui: «Cade il muro di
Berlino, evento simbolico che consideriamo spartiacque della storia.
Subito dopo in Italia “Mani pulite” spazza via i partiti che avevano
governato ininterrottamente fino ad allora in un contesto di divisione
bipolare del mondo, dove la Dc e gli alleati garantivano il
posizionamento del nostro paese. Se la divisione bipolare non c’è più,
il sistema perde il proprio collante».
Allora serve trovarne un
altro in fretta e dal cilindro magico viene ripescato l’antico ma sempre
valido nazionalismo / patriottismo, su larga scala e su piccola. Basti
pensare al nome della nuova prima forza politica della Seconda
Repubblica: “Forza Italia”, l’incitamento da stadio per la propria
squadra, per il proprio paese, per la propria bandiera. L’altra nuova
forza, la Lega Nord, propone una sorta di nazionalismo in salsa locale,
un indipendentismo senza una reale base storica a cui appoggiarsi,
cucito su misura per l’area più ricca del paese, e anche qui è un
trionfo di simboli e bandiere identitarie, che fossero posticce poco
importava. In questo febbrile ritorno al passato, a cui va aggiunto
l’arrivo dei postfascisti di Alleanza nazionale al governo assieme a
Forza Italia e Lega Nord, si accodano alcune iniziative portate avanti
dalla massima istituzione, la presidenza della Repubblica.
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Fonte: Giap - Il blog di Wu Ming
Autore: Wu Ming - Matteo Pucciarelli
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Articolo tratto interamente da Giap - Il blog di Wu Ming
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