giovedì 13 agosto 2026

Lavoro invisibile, valore sottratto: l'anatomia della disparità di genere



Articolo da FactoryA

Nell'occupazione italiana vale 17,8 punti percentuali. Fra le persone con cittadinanza extra UE, però, arriva a 30,3. In mezzo, c'è il settore che tiene in piedi il welfare nazionale

Nel terzo trimestre 2025, il tasso di occupazione femminile in Italia si è fermato al 53,6%, contro il 71,4% degli uomini. È la risposta a chi sostiene che il lavoro, in Italia, manchi per tutti allo stesso modo: fra i due gruppi, vi sono 17,8 punti percentuali di distanza, che in termini relativi significano quasi un quarto di occupazione in meno. Il XVI Rapporto “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, curato dal Ministero del Lavoro su dati ISTAT 2025, aggiunge a quella fotografia una seconda immagine, molto meno diffusa.

Breve nota metodologica: il tasso di occupazione misura quante persone fra i 15 e i 64 anni risultano occupate sul totale di chi ha quell’età. Applicato alla popolazione residente con cittadinanza extra UE, il valore è del 61,6%, sostanzialmente sovrapponibile al 62,5% di chi ha cittadinanza italiana. Letto così, il mercato del lavoro italiano sembra assorbire chi arriva da fuori Unione con una discreta efficienza (ed è infatti il dato che finisce nei titoli ogni volta che si discute di integrazione). Se poi si disaggrega per genere, e quel 61,6% si biforca. Gli uomini con cittadinanza extra UE che si trovano nella condizione di essere occupati sono il 76%, quasi cinque punti sopra il tasso maschile della popolazione complessiva.  Le donne con cittadinanza extra UE occupate sono, invece, il 45,7%. Fra i due gruppi, corrono 30,3 punti percentuali: un divario più largo del 70% rispetto a quello nazionale.

Il numero rassicurante che circola nei titoli è la media aritmetica di due condizioni opposte, una sovra-occupazione maschile e un’esclusione femminile di massa.

E vale la pena aggiungere che quel 53,6% nazionale comprende già le donne con cittadinanza extra UE: isolando le cittadine italiane, la distanza fra i due gruppi si allarga ulteriormente. Il confronto, quindi, è una stima al ribasso. Chi pensa che si tratti di un residuo destinato a riassorbirsi con il ricambio generazionale, può guardare i dati ISTAT sulle persone giovani di età compresa fra i 20 e i 34 anni: chi è nato all’estero lavora di più. Parliamo dell’82,6% contro il 76,3%.

L’inattività completa il quadro. Fra la popolazione extra UE, l’inattività femminile è quasi il triplo di quella maschile.

Ricordiamo cosa misuri esattamente quella variabile: la quota di persone che risultano senza lavoro e senza una ricerca attiva in corso. La statistica ufficiale considera disoccupata soltanto chi ha cercato un impiego nelle ultime quattro settimane ed è disponibile a cominciare entro le due successive. Chi resta fuori da quei requisiti passa fra le inattive, dove la contabilità nazionale mette nella stessa casella una studentessa di vent’anni e una donna che dedica sessanta ore alla settimana al lavoro di cura non retribuito. Con una conseguenza aritmetica che merita attenzione: una donna che smette di cercare esce dal denominatore e fa scendere il tasso.

Sul piano statistico, con un’azione cosmetica la rinuncia somiglia a un miglioramento del mercato del lavoro. Accanto a chi ha smesso di cercare stanno poi le donne che lavorano fuori da ogni contratto e la statistica ufficiale tratta le due condizioni allo stesso modo, ovvero come assenza.

E su questo, ancora una volta ad aiutarci sono i numeri. Nel 2025 i lavoratori domestici con almeno un contributo versato all’INPS sono stati 804.464. L’88,7% sono donne, il 68,9% ha cittadinanza straniera. Un terzo arriva dall’Europa dell’Est, il 9% dal Sud America, il 7,5% dalle Filippine. Il presidente dell’INPS ha definito il comparto “una vera infrastruttura sociale” e la definizione è corretta: quella è l’infrastruttura su cui poggia il welfare italiano della cura.

Il punto è come funziona la contabilità di quell’infrastruttura. Il tasso di irregolarità nel lavoro domestico si attesta intorno al 48%, contro una media nazionale del 9,7%. Quasi una persona su due, in quel settore, lavora senza contratto, senza contributi, senza ferie e senza malattia. L’Osservatorio DOMINA stima che, sommando la componente sommersa, le persone coinvolte nel lavoro domestico in Italia superino i 3,3 milioni.

Ecco perché il vuoto statistico e il settore della cura coincidono. Metà di quel lavoro non esiste sulla carta, quindi le donne che lo svolgono risultano inattive, cioè fuori dal mercato del lavoro, mentre lavorano dieci o dodici ore al giorno dentro una casa che non è la loro.

Dal lato di chi assume, il quadro è altrettanto istruttivo: circa 902mila famiglie datrici di lavoro, con un’età media del datore di 70,1 anni e una prevalenza femminile del 56,8%.

Nella stessa stanza ci sono quindi due donne, una che invecchia e una pagata per accompagnarla nell’invecchiamento, e il rapporto fra le due è l’unica politica per la terza età che questo Paese abbia davvero costruito.

Nel 2025, per il secondo anno consecutivo, le badanti hanno superato le colf: 51,3% contro 48,7%. La domanda si è spostata dalla pulizia della casa all’assistenza alla vecchiaia, esattamente come previsto da chiunque guardi la piramide demografica italiana. Nello stesso periodo, il settore si è svuotato: 804mila lavoratrici e lavoratori nel 2025, quasi 173mila in meno rispetto al 2021, con il quarto calo consecutivo. Il 27,2% di chi ci lavora ha 60 anni o più, l’1,6% ne ha meno di 25.

Il pilastro del welfare italiano invecchia insieme alle persone che assiste. E non esiste un ricambio sufficiente. Su questa architettura, poggia il sistema di welfare nazionale. La possibilità per una donna italiana di tornare al lavoro dopo la nascita di una figlia, o mentre assiste un genitore che ha perso autonomia, passa in larghissima parte dal fatto che vi sia un’altra donna che viene pagata per farlo. Quella donna ha spesso un passaporto extra UE, un orario dilatato oltre ogni contratto e una retribuzione nella fascia più bassa del mercato. Vale giusto la pena sottolineare che, in questo sistema, il pensiero stesso che a prendersi cura siano gli uomini non viene neppure contemplato. E invece, la catena della conciliazione segue con precisione millimetrica le linee della cittadinanza e del reddito, fino ad arrivare a chi ha il minore potere contrattuale.

La catena della conciliazione segue con precisione millimetrica le linee della cittadinanza e del reddito, fino ad arrivare a chi ha il minore potere contrattuale. Alla base di quella catena il mercato del lavoro rende poi praticamente impossibile il riconoscimento dei titoli conseguiti fuori dall’Unione, producendo l’ormai noto fenomeno della sovraistruzione: persone qualificate, impiegate molto al di sotto delle competenze che possiedono. A parità di titolo di studio, chi arriva da un paese extra UE guadagna meno. Soprattutto se è donna. E soprattutto se lavora nel settore della cura.

Un ulteriore paradosso arriva poi sui salari. Lo svantaggio retributivo di chi ha cittadinanza straniera cresce insieme al titolo di studio: si allarga fra le persone diplomate e raggiunge il livello più alto fra le persone laureate. In altri termini, il rendimento economico dell’istruzione cambia a seconda del passaporto e l’investimento in istruzione rende progressivamente sempre meno.

Su tutto questo, il 2026 ha costruito un’architettura ambiziosa. A maggio di quest’anno, le imprese certificate UNI/PdR 125 superano le 11.200 unità, in crescita del 24%, spinte dal D.Lgs. 96/2026 sulla trasparenza retributiva e dagli esoneri contributivi permanenti fino a 50.000 euro per impresa.

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Fonte: FactoryA

Autore: Azzurra Rinaldi

Articolo tratto interamente da FactoryA


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