giovedì 13 agosto 2026

Il paradosso degli stipendi italiani



Articolo da Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

L’Italia celebra 643 miliardi di esportazioni mentre i salari reali dei suoi lavoratori crollano più che in qualunque altra grande economia avanzata. Non è una contraddizione: è il meccanismo. Vale la pena guardare chi lo tiene in piedi e chi ne paga il conto.

Nella primavera dell’anno scorso, nei capannoni dei distretti farmaceutici tra Firenze, Latina e la Brianza, si è lavorato a ritmi che pochi ricordavano. Container su container di medicinali diretti negli Stati Uniti, spediti in fretta, prima che i dazi di Donald Trump entrassero in vigore. Gli importatori americani riempivano i magazzini. Le linee di confezionamento andavano avanti. Da quei mesi arriva, in buona parte, il record di cui oggi si mena vanto.

Nelle stesse settimane, in quelle stesse città, quasi cinque milioni e mezzo di persone in Italia non potevano permettersi un pasto con carne o pesce ogni due giorni. Poco meno della metà della popolazione non è riuscita a mettere da parte un euro. Un milione e duecentottantamila bambini vivono in povertà assoluta: non povertà come modo di dire, ma l’impossibilità documentata di accedere al minimo indispensabile per una vita decente.

Sono lo stesso Paese, lo stesso anno, gli stessi dodici mesi. E qui comincia il problema.

Da settimane circola un post che ripete come un mantra: 643 miliardi di export, 50,7 miliardi di avanzo commerciale, l’Italia quarta potenza esportatrice del pianeta. Ci si commuove per la resilienza delle nostre imprese. Si conclude che il declino era una favola triste raccontata dai disfattisti. Poi si torna a fare la spesa e ci si accorge che qualcosa, nel racconto, non torna.

Non torna perché il numero è vero e la conclusione è falsa. Sono due cose diverse, e distinguerle è l’unico modo per non farsi prendere in giro.

1. Il record esiste. Guardiamolo da vicino

Cominciamo da ciò che è documentato. Nel 2025, secondo l’Istat, le esportazioni italiane di beni hanno raggiunto 643,2 miliardi di euro, il 3,3 per cento in più dell’anno prima. L’avanzo commerciale è salito a 50,7 miliardi dai 48,3 del 2024, aiutato non poco dal calo del prezzo dell’energia che ha alleggerito il conto delle importazioni. Fin qui, tutto giusto.

Ma quel 3,3 per cento va aperto, come si apre un pacco per vedere che cosa c’è davvero dentro. I volumi esportati, cioè la quantità di merce fisica uscita dai confini, sono cresciuti dello 0,7 per cento. I valori medi unitari, cioè i prezzi, del 2,6. Vuol dire che circa quattro quinti del trionfo non sono roba prodotta in più: sono roba venduta a più caro prezzo.

Non è un dettaglio contabile. Se aumentano le quantità, servono più turni, più assunzioni, più fornitori, più officine che lavorano. Se aumentano i prezzi, aumentano i margini. E i margini, questo lo sappiamo tutti, non si trasformano in salario per gravitazione naturale. Bisogna che qualcuno li contratti, li tassi, li redistribuisca. In Italia, da vent’anni, non succede.

2. Quarti secondo chi, e con quale metro

Sul podio, poi, bisogna intendersi. La medaglia è arrivata il 21 novembre 2025, quando l’Ocse ha rilevato che nel terzo trimestre le esportazioni italiane, espresse in dollari correnti e destagionalizzate, avevano superato quelle giapponesi. Lo ha scritto per primo il quotidiano francese Les Echos, e da lì la notizia è rimbalzata sui canali di governo con l’enfasi che si riserva alle imprese sportive.

Il guaio è che la stessa affermazione, riferita al 2024, era già stata smentita nero su bianco. I dati Ocse collocavano l’Italia al sesto posto escludendo i Paesi Bassi, al settimo includendoli. Non quarta, come avevano ripetuto per mesi la presidente del Consiglio e diversi ministri. E la smentita più imbarazzante è arrivata dal governo stesso: nell’introduzione al Piano d’azione per l’export, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scritto che l’Italia è il sesto esportatore mondiale. Nero su bianco, firmato.

Anche oggi la posizione balla a seconda di come si tiene il metro. ICE Agenzia, che di export si occupa per mestiere, colloca l’Italia al quinto posto mondiale nei manufatti, con una quota del 3,26 per cento. Basta decidere se escludere Rotterdam, dove metà delle merci olandesi si limita a transitare; se contare tutto l’interscambio o solo i prodotti industriali; se guardare un trimestre o un anno intero; se convertire in dollari in un anno in cui l’euro si è rivalutato parecchio, gonfiando meccanicamente ogni cifra europea.

Nessuna di queste scelte è truffaldina. Ma sono scelte. E chi presenta il risultato finale come un fatto di natura, senza dire quale metro ha usato, sta facendo propaganda, non statistica.

Resta la domanda che nessuna classifica risolve. Ammettiamo pure che siamo quarti. Quarti in che cosa? Nel vendere merci fuori dai confini. Non nel benessere di chi quelle merci le fabbrica.

3. Il miracolo si chiama farmaci. E scorte

Qui il castello mostra le crepe. Dei 3,3 punti di crescita dell’export, ben 2,5 vengono da un solo comparto: quello farmaceutico, chimico-medicinale e botanico, cresciuto del 28,5 per cento fino a circa 69 miliardi di euro. Oggi vale l’11,3 per cento dell’export manifatturiero, più del doppio del 5 per cento che valeva nel 2015. Tutto il resto arranca: la meccanica, che è il primo settore per valore, è rimasta ferma; la moda e la chimica sono arretrate; gli autoveicoli hanno perso a doppia cifra.

Togli i farmaci e il record svanisce. Semplicemente non c’è.

E i farmaci hanno corso per un motivo che nessuno, tra chi festeggia, ha voglia di spiegare. Le vendite negli Stati Uniti sono balzate del 54 per cento, a 15,4 miliardi, perché gli importatori americani hanno fatto incetta di scorte prima che scattassero i dazi, e perché una fetta di quei flussi è commercio interno tra le filiali delle multinazionali. Non lo dice un economista ostile al governo: lo dice Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, che ha ammesso apertamente come i numeri del 2025 riflettano un accumulo di scorte capace di assorbire quote dell’export del 2026.

Tradotto: una parte di quel record è export del prossimo anno anticipato a quest’anno. Contabilità, non rinascita industriale.

Il resto del quadro americano lo conferma. Le vendite verso gli Stati Uniti sono cresciute del 7,2 per cento nonostante un dazio medio effettivo salito di quasi dodici punti, fino al 14 per cento. Ma nello stesso anno le importazioni dagli Stati Uniti sono aumentate di circa il 36 per cento e il saldo con Washington si è ridotto da 38,8 a 34,2 miliardi. L’area studi della CNA ha usato un’espressione precisa: illusione ottica.

C’è poi un particolare che dovrebbe togliere il sonno a chi parla tanto di sovranità. Nel 2025 abbiamo importato prodotti farmaceutici di base per 25,4 miliardi di euro. Nel 2020 erano 5,3. Ne esportiamo per circa tre. I principali fornitori sono Stati Uniti e Cina, per quasi diciannove miliardi. Il settore che tiene in piedi il primato nazionale dipende dall’estero per i principi attivi. Se domani si chiude un rubinetto, non è solo l’export che si ferma: sono le medicine negli ospedali.

4. Il numero che nel post non c’è

Se l’export fosse il motore che ci raccontano, l’economia dovrebbe correre. Invece nel 2025 il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,5 per cento. La domanda interna ha portato 1,5 punti di crescita. La domanda estera netta ne ha tolti 0,7.

Va riletta lentamente, questa riga, perché rovescia l’intera narrazione. Nell’anno del record di export, il commercio con l’estero ha sottratto crescita all’Italia. Non è un’opinione di sinistra: è la contabilità nazionale dell’Istat. In volume le esportazioni di beni e servizi sono cresciute dell’1,2 per cento, le importazioni del 3,6. Compriamo dall’estero più in fretta di quanto vendiamo. Quello che tiene in piedi il PIL italiano, oggi, è ciò che consumiamo e investiamo in casa, cioè esattamente la cosa che vent’anni di politiche salariali hanno strozzato.

Il contorno lo conosciamo: deficit al 3,1 per cento, appena sopra la soglia che avrebbe permesso di uscire in anticipo dalla procedura europea; debito salito al 137,1 per cento dal 134,7; pressione fiscale al 43,1 per cento, due punti in più in due anni, pagata in larghissima parte da chi ha il reddito scritto in busta paga e non può nasconderlo.

Poi c’è il consueto esercizio consolatorio: guardate la Germania, ferma allo 0,2 per cento. Vero. Ma la Germania è un’altra economia costruita sull’export, colpita dagli stessi dazi, dallo stesso euro forte, dalla stessa concorrenza cinese. Sta annegando nella nostra stessa piscina. Nel frattempo la Cina, che quelle quote se le sta prendendo, ha chiuso l’anno al 5 per cento. Misurarsi con chi sta peggio per sentirsi in salute è una tecnica di sopravvivenza psicologica, non una politica economica.

5. Chi esporta, e perché non sei tu

C’è un’immagine che accompagna da sempre il racconto del made in Italy: il piccolo imprenditore testardo che dal capannone di provincia conquista i mercati del mondo. È un’immagine bellissima. I dati la smentiscono.

Gli operatori all’esportazione in Italia sono 126.491. Quelli che vendono all’estero per più di cinquanta milioni di euro sono l’1,1 per cento del totale e fanno il 60,2 per cento delle vendite. ICE Agenzia scrive senza giri di parole che la crescita del triennio 2023-2025 è attribuibile soprattutto alle imprese più grandi e alle multinazionali, in particolare a quelle a controllo estero. Tutte le imprese non multinazionali, messe insieme, valgono circa un quinto dell’export nazionale.

Le imprese controllate dall’estero, nel 2023, erano 18.825: lo 0,4 per cento delle aziende attive in Italia. Meno di quattro ogni mille. Quelle quattro ogni mille producono il 21 per cento del fatturato nazionale, 887 miliardi, e il 17,5 per cento del valore aggiunto. Soprattutto realizzano 203 miliardi di esportazioni, il 35,8 per cento del totale, e 228 miliardi di importazioni, quasi la metà di tutto ciò che entra. Dieci anni fa la loro quota sull’export era il 27,4 per cento. Oggi è più di un terzo, e sale.

Una parte consistente di questi flussi non è nemmeno commercio nel senso comune del termine: è movimentazione interna ai gruppi. L’Istat rileva che nella fabbricazione di altri mezzi di trasporto, nelle altre industrie manifatturiere e nella metallurgia le importazioni infragruppo superano il 64 per cento.

Va detto con onestà, perché la propaganda si combatte con la precisione e non con lo slogan: questo non significa che ogni euro prodotto in Italia voli all’estero. Le tasse sugli utili realizzati qui si pagano qui, i salari si pagano qui, i fornitori sono in gran parte italiani, e le filiere collegate alle imprese estere attivano un valore aggiunto complessivo stimato in 398 miliardi, più del doppio di quello diretto. Chi lavora in una multinazionale tedesca a Pordenone non è un traditore della patria: è un lavoratore italiano che porta a casa uno stipendio.

Significa un’altra cosa, e riguarda il potere. Quando i centri decisionali, i brevetti, la ricerca e la destinazione finale degli utili stanno altrove, altrove si decide se quello stabilimento resta aperto, se quella linea viene delocalizzata, se quel contratto si rinnova. Il saldo commerciale ci dice dove le merci attraversano il confine. Non ci dice chi comanda, e non ci dice chi incassa. Confondere le due cose è comodo per chi governa e costoso per chi lavora.

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Fonte: Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

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Articolo tratto interamente da Un blog di Rivoluzionari Ottimisti

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