lunedì 1 giugno 2026

Oltre lo specchio del mito: Marilyn a 100 anni dalla nascita



Articolo da Doppiozero 

Non era previsto che Norma Jeane sopravvivesse. Infinite volte la sorte sembrava prodigarsi per piegarla e metterla a tacere, fin dalla più tenera età. Già a 3 anni la nonna mentalmente instabile aveva tentato di soffocarla; sono note oggi le vicende della sua infanzia travagliata, figlia di un padre sconosciuto e una madre psicologicamente logorata dalle progressive ristrettezze economiche fino alla reclusione in manicomio. L’orfanotrofio, la povertà, l’emarginazione, le molestie, il dato netto di una trascuratezza affettiva da cui è scaturito quel vuoto di senso che Norma tentò di colmare nel più peculiare dei modi. Poiché Norma Jeane è in effetti sopravvissuta, è divenuta Marilyn Monroe, una delle più grandi celebrità del secolo scorso e molto di più ancora; questo malgrado la depressione, gli uomini sbagliati, la crudeltà impietosa di Hollywood, i tentati suicidi e tutto ciò che di solito viene citato quando si parla della sua vita breve e sfortunata. Ma la sopravvivenza di Marilyn è sempre stata un fatto molto ben più complesso della bella favola della vittima salvata dal dono inaspettato di una bellezza rara e commovente – una luminosa incarnazione giunta sui nostri schermi e troppo presto perduta da un mondo stupido e arido. Qualche anno fa ci fu persino un film potenzialmente perfetto, Blonde, che si accartocciò miseramente sotto il peso del senso di colpa verso quest’eterea fanciulla sospirante in lacrime, incompresa da tutti. Ma un sopravvissuto non è una vittima almeno non necessariamente per sempre. Sarebbe veramente un peccato non celebrare un’altra Marilyn, colei che si plasmò in gran parte da sola sia come persona che come star, facendo del suo meglio con quel poco che la fortuna le concesse; e no, la bellezza da sola non bastò.

“Le mie illusioni non avevano nulla a che fare con l’essere una brava attrice. Sapevo quanto fossi scarsa. Potevo sentire la mia mancanza di talento come se fosse un abito scadente che indossavo dentro, Ma, mio Dio, quanto volevo imparare! Cambiare, migliorare! Non volevo nient’altro. Non gli uomini, non il denaro, né l’amore, solo saper recitare. Con i riflettori e la camera puntati su di me all’improvviso seppi chi ero. Quanto ero goffa, vuota, ignorante! Un’orfana imbronciata con la testa vuota. Ma volevo cambiare. Stavo in silenzio e osservavo. Gli uomini mi sorridevano e provavano a incrociare il mio sguardo (…) non ricambiavo i loro sorrisi. Ero troppo occupata con la mia disperazione. Avevo un nuovo nome, Marilyn Monroe. Dovevo nascere. E questa volta meglio di quella precedente” (Marilyn Monroe, La mia storia, traduzione di Andrea Mecacci, Donzelli Editore 2010).

Qualche anno fa, implicita risposta al melodramma raccontato da Blonde, uscì la docu-serie Reframed: Marilyn Monroe che proponeva un’alternativa alla trita narrativa bidimensionale con cui è sempre stato facile trattare la sua vicenda. Una storia, la sua, dove l’istinto di sopravvivenza si concretizzò in un duplice percorso professionale e spirituale che finì per coincidere con l’urgenza di recitare quale tentativo quotidiano di esistere ed essere riconosciuta nel mondo. E d’altra parte, quale esito ci si poteva aspettare da un bisogno psicologico così estremo di possedere un’identità, se non lo sfruttamento della straordinaria bellezza avuta in sorte? Così, pur fragile, pur sposata, la giovanissima Norma Jeane tenne testa alla propria insicurezza e al proprio vuoto; dribblando talune volte con grazia, altre con amarezza le male parole e occhi e mani impietose, iniziò a trattare come meglio poteva il proprio analfabetismo lavorativo ed esistenziale. Il primo passo fu divenire immagine, un tutt’uno con le linee degli abiti, dello sfondo, della luce che si poggiava sulla sua pelle. Gli aneddoti sui suoi inizi come modella descrivono una ragazza insicura ma volenterosa oltre ogni aspettativa, pronta ad adoperare la sua intelligenza acerba e vorace per abitare col proprio corpo lo spazio nel migliore dei modi:

“Ripensando ai tempi in cui Norma Jeane era agli inizi della carriera, Emmeline Snively (la proprietaria della prima agenzia di modelle che ingaggiò Marilyn, N.d.R.) commentò: ‘Era la più accanita lavoratrice con cui abbia avuto a che fare. Mai che saltasse una lezione. Aveva fiducia in se stessa, e faceva una cosa che non ho mai visto fare ad altre modelle: studiava ogni immagine che un fotografo le scattava. Voglio dire che se le portava a casa e le esaminava per ore. Quindi tornava e chiedeva al fotografo: Cosa ho fatto di sbagliato in questa? Oppure: Come mai questa è venuta meglio? I fotografi glielo dicevano, e lei non ripeteva mai un errore.” (Donald H. Wolfe, Marilyn Monroe. Storia di un omicidio, traduzione di Francesco Saba Sardi, Sperling & Kupfer Editori 1999.)

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Fonte: Doppiozero

Autore: Veronica Vituzzi

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Articolo tratto interamente da Doppiozero


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