Articolo da la Sinistra quotidiana
La tragica fine di Mirko Moriconi e di sua madre Kety Andreoni ha posto una serie di interrogativi che, per lo più, sono serviti a chi di dovere per tentare di minimizzare il gesto del padre-marito che ha ucciso a fucilate il figlio e la moglie. La frase testuale riferita agli inquirenti è stata: «Mi sono liberato di loro». Un senso di oppressione quindi terminato con la morte violenta di quelli che avrebbero dovuto essere i suoi affetti più cari. Le indagini si svolgono, la giustizia farà il suo corso ma di certo c’è che qualche anno fa quel ragazzo poco più che ventenne, che provava un amore che non avrebbe dovuto provare secondo il padre, scriveva sui social che era davvero molto triste sentir dire dal proprio genitore che sarebbe stato meglio vederlo morto piuttosto che saperlo omosessuale.
Per un attimo pare di tornare indietro di trenta, quarant’anni, quando le famiglie scacciavano da casa i figli per evitare di avere in casa un “invertito“, un “frocio“, un “finocchio“, un “malato“, un “pederasta“, un “uranista“… I termini non sono mai mancati per etichettare con mille stigmi l’amore oltre l’ostacolo, il desiderio da celare e da vivere esclusivamente dietro le persiane socchiuse, con le tende tirate, al riparo tra le frasche di un bosco, dietro l’ansa si un fiume che scorre sempre, dietro allo scoglio di una spiaggia in cui la risacca non si ferma mai. I telegiornali fanno a gare nell’opera di minimizzazione: mica sta bene far vedere, al tempo del melonismo e dei generalissimi tutti d’un pezzo, che c’è qualcuno che ha magari una celata simpatia per loro che prende un fucile e fredda figlio e moglie preso dall’impeto iroso dell’omofobia.
Così si parla di consumo di droghe, di richieste di denaro sempre più pressanti. Può essere tutto, ma comunque non giustificherebbe un duplice omicidio. I commenti sui social sono altre fucilate: contro l’umanità, i sentimenti, l’empatia, l’intelligenza soprattutto. C’è chi giustifica e si mette nei panni dell’omicida reo confesso e afferma che chissà quante ne ha passate quel pover’uomo… C’è chi invece sposa la posizione terza (o quarta, o quinta…) dell’equidistanza: l’uomo ha torto perché ha ucciso, ma qualche ragione in fondo poteva averla… Altrimenti – è l’alibizzazione dell’inalibizzabile – non avrebbe fatto quello che ha fatto. Insomma, ce l’avrà pure lui un cuore. Mica l’avrà fatto con leggerezza, così come, del resto, si ammazzano gli animali considerati solo oggetti e non esseri viventi. Alla fine delle tenzone c’è sempre il mancato rispetto dell’altro, chiunque sia: uomo, donna, umano, animale.
Tendiamo a non considerare la sofferenza altrui e anche le gioie. Forse soprattutto queste ultime, perché l’omo-bi-transfobia nasce pure dall’inconcepibilità della felicità del proprio figlio o altro parente, del proprio amico o dello sconosciuto che non ama come noi: anzi, no, come “vorremmo” noi. Perché anche l’amore è parte di una identità che ci riguarda e che, quindi, apparentemente viene messa in discussione o contraddetta dal fatto che esiste non solo quell’amore che noi proviamo ma anche un altro tipo di amore. O, per meglio dire, un sentimento che potremmo provare anche noi intesi come esempio di eterosessualità indefessa, inconciliabile col resto delle sfaccettature che sono oggettivamente naturali perché sono il frutto di un trascinamento emotivo che possiamo provare tutte e tutti. Nessuno se ne senta escluso.
Ma, a dire il vero, o cercando di dirlo e scriverlo, pare piuttosto che l’omofobia sia una di quelle tante paure irrazionali che prendono le viscere dell’interiorità disumana, nell’attimo in cui sentiamo che non possiamo controllarli i sentimenti e che, quindi, anche noi magari potremmo essere preda di un desiderio che la società (o nel più aulicamente alto termine dei “Vita“, con la maiuscola!) marchia col fuoco dell’infamia, dell’ignominia, della verecondia, di una vergogna però tutta moderna e incasellabile nella società che reputiamo troppo evoluta per poter ancora provare questi pregiudizi atavici e volutamente dichiarati come qualcosa di arcaneggiante. Così l’omofobo ondeggia tra la repressione di chi non gli piace e quella di sé medesimo, perché indubbiamente c’è della frustrazione e c’è un eccessivo amore di sé medesimi che si vuole preservare a scapito di quello altrui.
Non sia mai che qualcuno possa pensare che tu, uomo tutto d’un pezzo, hai avuto un figlio “non normale“, che non rientra nella classicità dello stereotipo di una maggioranza per cui ogni diversità è una colpa per chi la vive e su cui viene riversata una montagna di merda di sensi di colpa che lo inducono a pensarsi innaturale, immorale, indegno di vivere, incapace di migliorarsi poi di chissà che cosa e in chissà quale modo. Il vomitatoio pubblico dei social secerne un violentissimo pus che invade le cavità più porose di un IO che domina su tutto e non considera mai il lato nascosto dell’inconscio. Mirko viene ucciso perché all’amore del padre nei confronti del figlio subentra l’amore del padre per sé stesso e, se è permesso poterlo scrivere, anche una buonissima dose di ignoranza che, tuttavia, non è mai e non può essere una scusante.
Per quanto Mirko tenesse dei comportamenti che andavano oltre quella che è considerata la normalità di una classicissima famiglia da focolare italiano, ciò che ha probabilmente prodotto l’omicidio omofobo e il femminicidio della moglie (con tante scuse al generalissimo, ma così è se le pare) è un retroterra di alterità che per il padre considerava inaccettabili: l’esistenza di un figlio che non corrispondeva all’idea “normale” che la morale di un tempo (ma come è evidente anche in gran parte di oggi…) imponeva era divenuta un qualcosa di insopportabile. Il punto su cui riflettere è che l’omicidio è il punto di arrivo di un percorso omofobo e, nel caso delle donne, di un viatico patriarcalista che si sono già percorsi da tempo. Perché la madre viene uccisa? Perché non biasimava il figlio come invece avrebbe dovuto e, dunque, stava dalla sua parte.
Siccome questa viene vissuta come una ribellione nei confronti del maschio dominante, del padre-padrone che detta l’etica familiare, la punizione deve essere conseguente. Si tratta di fenomeni drammaticamente vissuti dallo stesso assassino in una immediatezza istintuale che però è il prodotto di un logoramento interiore fatto di preconcetti, di disprezzo, di odio: tutti sentimenti che lo allontanano dagli altri e lo avvicinano sempre di più solamente a sé stesso e lo rendono tanto solo da avere in disprezzo quasi il mondo intero. Qui forse nasce la percezione del “non avere nulla da perdere“: intanto ci si rende così auto-esclusi (ed esclusivi per sé medesimi) da non provare più alcun altro sentimento. Da non cogliere più il limite tra il bene e il male, tra il lecito e l’illecito, tra l’amore e l’odio, tra la vita e la morte. Chi compie un gesto simile ha delle pretese.
Fonte: la Sinistra quotidiana
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