lunedì 11 maggio 2026

Decolonizzare l'istruzione dal capitale



Articolo da La Tigre di Carta

Tra i temi che ciclicamente tornano nel dibattito pubblico, nelle discussioni tra esperti (più spesso sedicenti tali), negli interventi a mezzo stampa, nel chiacchiericcio da social sicuramente compare la scuola. Che sia per un episodio di cronaca o per le scelte legislative del governo in carica, questo argomento tiene banco periodicamente da decenni. Nonostante il gran parlare però, il livello del confronto è spesso quanto meno discutibile. Avviluppati in una melassa fatta di contrapposizioni tra modelli pedagogici sedicenti progressisti (che spesso invocano a sproposito tra i propri numi tutelari pensatori come Dewey o Don Milani) e un presunto sano buonsenso dei tempi che furono (una sorta di riedizione in salsa educativa di un piccolo mondo antico fatto di predelle e disciplina), si rischia di perdere il punto centrale della questione. Cioè che la trasformazione della scuola non ubbidisce a esigenze puramente e astrattamente intellettuali, ma molto ci racconta della trasformazione complessiva della società, dei suoi processi di riproduzione, degli interessi economici e dei portatori di questi interessi che si agitano sul e dietro il proscenio della storia. Invocare un insegnamento libertario come soluzione ai mali dell’istruzione (o del mondo), o viceversa rimpiangere i maestri Perboni che popolavano le aule del passato, non ci aiuta né a comprendere, né tantomeno a trasformare la realtà, scolastica o meno.

In questo panorama che può apparire a tratti deprimente, il libro curato da Mimmo Cangiano, Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti (edizioni Nottetempo, 156 pagine, 15,20€) è, sia detto senza retorica, una boccata d’aria fresca. Dopo averlo letto, abbiamo deciso di intervistare Marco Maurizi, autore di uno dei saggi contenuti (“Insegnare nell’ipercapitalismo. Autonomia del docente e crisi della scuola”, pp. 37-60).

Buona lettura.

  1. Il libro nasce dalle discussioni e dagli interventi del collettivo “Consigli di classe”. Ci racconti cos’è e com’è nato questo collettivo?

Sì, quello confluito nel libro è un lavoro collettivo, di un gruppo di compagni e compagne che negli ultimi anni si sono confrontati sul tema generale della scuola e hanno prodotto una serie di riflessioni e interventi sulle riforme scolastiche e sui processi di trasformazione dell’istruzione in Italia. Il collettivo in sé in realtà è nato in modo abbastanza spontaneo. Molti di noi conoscevano già Mimmo Cangiano e il suo lavoro, in particolare la sua ricerca sul rapporto tra i processi di produzione del sapere e la cultura di destra. A partire da queste conoscenze “personali” si è formata progressivamente una rete che ha fatto propria l’idea di analizzare la situazione della scuola e le riforme scolastiche che si sono succedute nel tempo da un punto di vista “strutturale”, da un punto di vista cioè critico, capace di comprendere le ragioni dei mutamenti in atto. Il passaggio successivo è stato trovare un luogo dove poter diffondere le nostre riflessioni, e da qui è nata la collaborazione con la rivista online Le Parole e Le Cose, dove ormai da tempo curiamo una rubrica fissa sulla scuola.

  1. Così nasce anche l’idea del libro giusto?

Esattamente. Di fondo ci interessava raccogliere in un pamphlet i materiali elaborati negli ultimi anni. Sia perché gli interventi non risultino sparsi nella rete, sia soprattutto per provare a dare coerenza a un discorso unitario. Come si legge anche nel libro, lo scopo è unire i puntini e far emergere un quadro: il quadro di una trasformazione progressiva ma apparentemente inarrestabile della scuola, della sua funzione nella società e del suo funzionamento, dei meccanismi che la “governano” oggi.

  1. Ecco, veniamo allora al quadro che descrivete. Qual è la tesi del libro? In particolare, in che modo si colloca il libro nel dibattito tra gli “ultrapedagogisti” progressisti, come li definisci tu nel tuo intervento, e la destra più o meno apertamente reazionaria e nostalgica del passato?

Il problema principale del dibattito tra la pedagogia progressista e le posizioni di destra è che finisce per falsare completamente il terreno della discussione. È un problema, tra l’altro, più generale, che riguarda l’abbandono dell’analisi delle questioni materiali, dei rapporti sociali implicati nei processi di trasformazione della realtà, e il tentativo di ingaggiare delle battaglie puramente culturali per risolvere i problemi.

Tanto gli “ultrapedagogisti” di sinistra, o sedicenti tali, quanto la destra finiscono per occultare precisamente ciò che andrebbe compreso: in che modo la trasformazione in senso neoliberale della scuola è figlia della trasformazione in senso neoliberale della società? In che modo, cioè, le esigenze economiche, dei capitali, e quindi la ristrutturazione della società in senso iper-individualistico e burocratico, sono alla radice delle scelte politiche in materia di istruzione? Scelte, tra l’altro, tanto dei governi di destra quanto di quelli di centrosinistra, a dimostrazione di una continuità di fondo tra le diverse prospettive, nonostante la “guerra culturale” che è stata combattuta sui giornali o in televisione tra gli esponenti di queste due tendenze. Ecco, il libro vuole focalizzarsi proprio su questo comune denominatore a tutte le riforme scolastiche degli ultimi trent’anni, spostando il focus dell’attenzione dall’aspetto puramente culturale ai processi materiali di fondo. Presa nella contrapposizione astratta tra autoritarismo e pedagogismo democratico, infatti, la battaglia culturalista ingaggiata dalla sinistra (o sedicente tale) non ha permesso di fare chiarezza su questo aspetto. Peggio, come dicevo prima, queste parole d’ordine mascherano la continuità politica delle scelte governative e che rispondono a una domanda essenziale: quali valori vengono messi nella scuola?

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La Tigre di Carta

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