venerdì 10 aprile 2026

Strage di Suviana: 24 mesi di attesa, zero colpevoli



Articolo da Zero in condotta

Il 9 aprile 2024 un’esplosione nella centrale idroelettrica di Bargi uccise sette lavoratori: per le indagini vanno ancora recuperati i dispositivi nei piani tuttora allagati. E si allungano i tempi anche per l’inchiesta sulle due morti alla Toyota Material Handling.

Esattamente due anni fa, il 9 aprile 2024, un’esplosione all’interno della centrale idroelettrica Enel Green Power di Bargi sul lago di Suviana, nell’Appennino bolognese, provocava una terribile strage sul lavoro: sette persone morirono e altre sei rimasero ferite mentre erano impegnate nel collaudo di una turbina. La strada per comprendere fino in fondo cosa accadde e accertare le responsabilità di una tale tragedia, però, appare ancora lunga. Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta per disastro colposo, omicidio colposo plurimo sul lavoro e lesioni colpose sul lavoro che vede indagate, al momento, cinque persone: tre rappresentanti di Enel Green Power (il responsabile idroelettrico Area Centro Nord, il capo unità esercizio Suviana e il responsabile idroelettrico manutenzione Area Centro Nord), il responsabile dei lavori e il coordinatore per la progettazione e l’esecuzione dei lavori alla centrale. Finora è stato possibile scendere fino al piano -6 della centrale, dove lo scorso giugno i sommozzatori hanno ritrovato cinque dispositivi elettronici, i cui dati sono stati recuperati nell’ambito della consulenza tecnica disposta dalla Procura. Per avere un quadro più preciso di quanto avvenne il 9 aprile 2024, però, bisognerà confrontare quei dati con quelli dei dispositivi che si trovano ai piani ancora sommersi (dal -7 al -9), sempre che i dati contenuti in queste apparecchiature siano ancora recuperabili.

A questo proposito, la Procura di Bologna è in attesa di ricevere dal tavolo di cui fanno parte Ausl, Arpae, Vigili del fuoco e Regione Emilia-Romagna un cronoprogramma in cui siano indicate le tempistiche per poter accedere ai tre piani ancora invasi dall’acqua e, di conseguenza, inaccessibili a tecnici e investigatori. Sulla base di quel cronoprogramma, che gli inquirenti contano di ricevere entro la fine del mese, la Procura valuteranno come procedere: se i tempi indicati fossero troppo lunghi, la Procura potrebbe decidere di chiudere le indagini e di procedere unicamente con gli elementi raccolti finora, in caso contrario potrebbe essere chiesta una proroga dei termini per la conclusione delle indagini preliminari.

Ma intanto nei piani allagati “c’è del materiale che che da due anni prende la ruggine: sarà leggibile, sarà utilizzabile? Ogni giorno che passa la verità si allontana, perché se non si arriva a vedere l’impianto si resta nel campo delle ipotesi, con le quali non si fanno verità, giustizia, né tantomeno un processo penale”, afferma l’avvocato Andrea Ronchi, uno dei legali che assistono la Cgil. In ogni caso, il 9 aprile di due anni fa “qualcosa per forza non è andato per il verso giusto: che fosse un malfunzionamento iniziale di progettazione risalente a chissà quanto tempo fa, che fosse un problema di manutenzione o di messa in sicurezza di un sistema così complesso, con i lavoratori messi a fare delle prove pericolosissime piani e piani sotto il livello delle acque, questo va capito”, aggiunge Ronchi. “Abbiamo letto che la Procura ha chiesto un cronoprogramma al tavolo di cui fanno parte Ausl, Arpae, Vigili del fuoco e Regione: probabilmente questo cronoprogramma poteva essere chiesto qualche mese fa, perché i tempi tecnici non possono lasciare nulla in sospeso circa la necessità di accertare la verità”, continua l’avvocato, sottolineando che le risorse per fare tutto questo “ci sono, ci devono essere, e il tavolo tecnico deve dare tempi certi per poter accedere in piena sicurezza, altrimenti la verità e la giustizia non potranno essere garantite. Questo lavoro deve essere fatto presto e bene”.

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Fonte: 
Zero in condotta

Autore: redazione 
Zero in condotta


Articolo tratto interamente da Zero in condotta


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