martedì 3 giugno 2025

Cinque sì ai referendum

Manifesto del Comitato per i Referendum sul Lavoro e sulla Cittadinanza del 2025; foto scattata ad Alessandria il 5 maggio 2025.


Articolo da Internazionale

Qualche giorno fa l’ultimo rapporto annuale dell’Istat ha offerto una fotografia accurata e inclemente della situazione economica italiana. Dopo anni di facili slogan e promesse grandiose, i dati parlano di un paese in declino, in cui la produzione manifatturiera è in calo da 26 mesi consecutivi, il settore dell’auto è in crisi, compreso l’indotto, e la crescita è trainata dal turismo, dove però l’occupazione è povera, precaria e dal basso valore aggiunto.

La lista delle aziende in difficoltà è interminabile, sotto pressione per l’aumento dei costi del denaro, dell’energia e dei trasporti. Anche se da due anni il governo parla trionfalmente di record occupazionale, l’Italia ha il tasso di partecipazione al mercato del lavoro più basso d’Europa, in particolare di giovani e donne. Circa un quarto della popolazione ha almeno 65 anni e i giovani più formati vanno all’estero: questo dato è aumentato del 21 per cento in un anno, tra il 2022 e 2023.

In generale l’Italia sembra un paese in bilico tra crisi demografica e desertificazione produttiva, in cui i bassi tassi di crescita si affiancano alla scarsa produttività del lavoro e decine di migliaia di lavoratori – dal settore dell’auto a quello alimentare, dal commercio ai servizi, all’industria e agli appalti – si arrabattano da mesi tra il rischio di esuberi, i contratti di solidarietà e la cassa integrazione.   

Per trent’anni la politica bipartisan ha ripetuto che il lavoro in Italia era troppo tutelato e che una maggiore flessibilità avrebbe creato una crescita dell’occupazione. In linea con queste premesse nel 1997 è entrato in vigore il cosiddetto pacchetto Treu, che ha introdotto contratti di lavoro temporanei e precari. La legge Biagi del 2003 ha poi aumentato la gamma dei contratti atipici: co.co.co, co.co.pro, lavoro a progetto, lavoro intermittente. La riforma Fornero nel 2012 e il jobs act del governo Renzi nel 2015, infine, hanno introdotto la flessibilità in entrata e in uscita, fatto a brandelli lo statuto dei lavoratori del 1970 e trasformato la precarietà in una condizione strutturale.

Secondo i dati dell’Inps, in Italia più del 70 per cento dei contratti attivati nel 2023 è stato a tempo determinato. La capacità dei lavoratori di contrattare condizioni e salari dignitosi è ai minimi storici e le tutele hanno lasciato spazio a una precarietà strutturale. Il problema è che le premesse teoriche da cui sono nate queste riforme erano sbagliate. La crescita della flessibilità non ha creato occupazione: l’Italia ha il tasso di occupazione più basso d’Europa, come si è visto. Ha solo indebolito il potere negoziale del lavoro, insieme alle tutele e ai salari, che sono tra i più bassi d’Europa. Allo stesso tempo, la struttura produttiva del paese si è spostata dalla manifattura ai servizi, aumentando la povertà anche tra chi lavora.

È per questo che si terranno i referendum dell’8 e 9 giugno. Per chi li ha voluti e invita a votare sì sono un modo per disincentivare i licenziamenti illegittimi; eliminare il tetto massimo di sei mensilità d’indennizzo per i lavoratori licenziati illegittimamente; costringere i datori di lavoro a motivare l’uso di contratti a tempo determinato fin dal primo giorno; estendere al committente la responsabilità dei danni derivanti da rischi specifici dell’attività dell’appaltatore o del subappaltatore.

Sono tutti modi per contrastare la precarietà, arginare lo strapotere dei capi d’azienda, e allo stesso tempo per aumentare le tutele dei lavoratori, smettendo di scaricare solo su di loro il rischio di incidenti e infortuni. Anche ridurre da dieci a cinque anni il periodo di residenza legale per ottenere la cittadinanza italiana ha a che fare con il lavoro, non è solo una questione di civiltà. È un intervento necessario per ridurre la ricattabilità dei lavoratori stranieri e contrastare una spinta al ribasso nei salari che riguarda tutti.    

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Fonte: Internazionale

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Articolo tratto interamente da Internazionale  

Photo credit Oltrepier, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons


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