Web sul blog

venerdì 31 marzo 2023

In tutta la mia vita...

Dario Fo-Cesena

"In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste. Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa." 

Dario Fo

Tratto da Il mondo secondo Fo

Photo credit Daniele Medri from Cesena, Italia (Autori sotto le stelle: Dario Fo) [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons



Cavaliere oscuro del web ore 16:12 5 commenti:
Condividi

Il primo soffione di Walt Whitman




Il primo soffione

Semplice, fresco e bello, spuntando al morire
dell’inverno,
come non ci fossero mai stati artifici di moda, affari,
politica,
dal suo angolo in mezzo all’erba – innocente,
dorato, calmo come l’aurora,
il primo soffione di primavera ci mostra il suo volto
fiducioso.

Walt Whitman



Cavaliere oscuro del web ore 16:07 1 commento:
Condividi

Dipinto del giorno


 Quindici girasoli in un vaso di Vincent van Gogh


Cavaliere oscuro del web ore 16:03 3 commenti:
Condividi

La Cina sta conquistando il predominio della ricerca tecnologica



Articolo da CRS - Centro per la Riforma dello Stato

La gran parte delle persone in qualche modo interessate al tema pensa che la Cina stia sviluppando fortemente nel tempo la sua presenza nelle tecnologie avanzate, ma che gli Stati Uniti mantengano un rilevante vantaggio complessivo sul paese asiatico nel settore.

La svolta forse più importante in tema di lotta competitiva tra gli Stati Uniti e la Cina sul fronte delle nuove tecnologie si è verificata nel 2015, quando il paese asiatico ha svelato un suo piano all’orizzonte 2025 (il “Made in China 2025”) che si poneva l’obiettivo di raggiungere gli Stati Uniti entro tale data sul fronte della gran parte delle tecnologie innovative. Da allora assistiamo a un’escalation crescente delle ostilità statunitensi verso la stessa Cina, ostilità che negli ultimi mesi ha raggiunto con Biden certamente un’intensità parossistica, con nuovi episodi quasi ogni giorno: gli Stati Uniti cercano di contrastare a tutto campo e con tutti i mezzi – da quelli economici, a quelli politici, tecnologici, militari – l’ascesa del rivale, in particolare, appunto, nelle nuove tecnologie.

Ma gli ultimi dati e alcune tra le più recenti valutazioni pongono in forte dubbio l’opinione comune e la possibilità da parte statunitense di riuscire a fermare i processi in atto, che vanno per molti versi nella direzione di una crescente tendenza al primato tecnologico del paese asiatico.

Le spese in ricerca e sviluppo ed altri dati di base

Nel 1996 la Cina spendeva all’incirca lo 0,56% del suo Pil nelle spese di ricerca e sviluppo, mentre nel 2022 tale percentuale era salita ormai al 2,5%, raggiungendo un valore di circa 450 miliardi di dollari a prezzi di mercato (con una crescita del 10,4% rispetto all’anno precedente) e tendeva a crescere ancora fortemente. Tale cifra appare ancora abbastanza inferiore a quella degli Stati Uniti, il cui livello di spesa appare essere superiore al 3,0% del totale del Pil, con una cifra che nel 2022 dovrebbe essersi collocata intorno ai 607 miliardi di dollari, ma con una dinamica di crescita che appare comunque abbastanza inferiore a quella della Cina. Considerando tali dati, la spesa cinese appare all’incirca comunque ormai come pari ai tre quarti di quella USA.

Ma se misurassimo l’importo della stessa spesa con il criterio della parità dei poteri di acquisto (in questo caso in particolare considerando tra l’altro che gli stipendi dei ricercatori, voce che rappresenta una parte molto consistente della spesa complessiva, sono inferiori in Cina rispetto agli Stati Uniti) la distanza tra i due paesi si accorcia notevolmente, collocandosi ormai intorno all’85% di quella USA per il paese asiatico. Per altro verso, la Cina è ormai il primo paese del mondo per quanto riguarda il numero dei ricercatori e quello degli addetti al settore della ricerca e sviluppo.

Le cifre diventano ancora più favorevoli alla Cina se prendiamo in considerazione degli altri parametri, dal numero dei brevetti depositati ogni anno, al numero dei laureati in discipline scientifiche, a quello degli articoli scientifici pubblicati sulle riviste di tutto il mondo. Su tutti tali fronti il paese asiatico ha ormai superato da tempo gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda il numero dei brevetti, secondo le cifre dell’OMPI di Ginevra, nel 2021 gli uffici cinesi hanno ricevuto circa 1,6 milioni di domande su 3,4 milioni complessivi di richieste a livello mondiale, mentre tutte quelle asiatiche sono complessivamente circa i due terzi del totale; gli Stati Uniti a loro volta ne hanno ricevute “solo” 591 mila.

Se guardiamo poi al numero di articoli scientifici pubblicati, già nel 2020 la Cina era a circa 744 mila contro i 625 mila degli Stati Uniti e il divario sembra essere cresciuto negli ultimi anni. Nel 2022 inoltre si sono laureati in Cina sette volte tanti ingegneri che negli Stati Uniti e comunque cinque milioni di giovani complessivamente vi hanno ottenuto una laurea nelle discipline scientifiche.

Ovviamente questi dati peseranno sempre più nel corso del tempo e plausibilmente il divario tra i due paesi si allargherà ancora.

Lo studio dell’Aspi

Un centro di ricerca australiano, l’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), ha di recente svolto una ricerca, finanziata dal Dipartimento di Stato statunitense, riguardante la situazione dei vari paesi in 44 tecnologie chiave (Hurst, 2023). Come hanno riportato molti giornali, in 37 di queste 44 tecnologie (comprese tra l’altro le batterie elettriche, le tecnologie ipersoniche, le comunicazioni con il 5G e il 6G), la Cina appare ormai il paese più importante del mondo, mentre gli Stati Uniti restano quello guida solo nelle restanti sette tecnologie (tra le quali i vaccini, i computer quantistici, i sistemi spaziali), mentre, quasi ovviamente, in nessuno di tali campi l’Europa ha una posizione di prima fila. Così il paese asiatico appare ormai avviato a essere la superpotenza guida nella scienza e nelle tecnologie; in alcune di esse appare occupare tutte le prime dieci posizioni nel campo delle istituzioni di ricerca. Così l’Accademia delle scienze cinese si colloca al primo o al secondo posto per quanto riguarda la classifica dei centri di ricerca per la gran parte delle 44 tecnologie incluse nell’analisi.

Ovviamente poi l’istituto australiano sottolinea come in ogni caso ci sia un grande gap tra la Cina e gli USA da una parte e tutti gli altri paesi dall’altra. In tale quadro sappiamo che i due, messi insieme, rappresentano ogni anno circa il 50% delle spese mondiali in ricerca e sviluppo. Comunque alcune cose sorprendono un poco, ad esempio il fatto che il Giappone non si collochi al primo posto nella robotica.

La Cina e le energie rinnovabili

Ancora più sorprendenti appaiono i numeri per quanto riguarda la lungimiranza e i successi delle strategie cinesi se prendiamo in considerazione uno dei settori esaminati nella ricerca dell’Aspi, quello relativo alle energie rinnovabili, come pure è testimoniato da uno studio anch’esso recente della IEA, International Energy Agency (IEA 2023).

Dunque, secondo i dati di questa organizzazione, la Cina domina la produzione e la commercializzazione a livello mondiale della gran parte delle tecnologie relative alle energie pulite. Tale dominio ha tra l’altro contribuito grandemente a ridurre i costi a livello mondiale nelle tecnologie chiave del settore. Così, nella produzione di pannelli solari la quota cinese sul totale mondiale si colloca oggi intorno al 75% (da un’altra fonte, Bronner 2013, apprendiamo che in particolare la quota della Cina nella produzione della materia prima impiegata, il silicio, è del 79%, nei wafer di silicio del 97%, nelle cellule fotovoltaiche dell’85%, e appunto nei pannelli solari, il prodotto finale, del 75%), nelle energie eoliche intorno al 57%, nelle batterie di nuovo intorno al 75%, mentre nelle pompe di calore la quota si ferma al 38%. Per quanto riguarda la produzione dei relativi materiali di base, nell’acciaio siamo al 54%, nel cemento al 56%, nell’alluminio al 48%. Incidentalmente, i pannelli solari cinesi non sono soltanto i meno cari presenti nel mercato, sono anche i più efficienti.

Se consideriamo poi le attività di estrazione di alcuni materiali critici, per il rame abbiamo al primo posto il Cile con circa il 25% del totale, per le terre rare la Cina con il 60%, per il litio l’Australia con il 48%, per il nickel l’Indonesia con il 38%, infine per il cobalto il Congo con circa il 70%. Per quanto riguarda invece la lavorazione degli stessi metalli, in tutti i casi la Cina è costantemente al primo posto: nel rame siamo al 34%, nel litio al 58%, nel nickel al 56%, nel cobalto al 70%, nelle terre rare al 90%.

Sugli annunci relativi ai piani di espansione della capacità produttiva del paese asiatico al 2030 nei vari settori sopra indicati, l’IEA segnala che nei pannelli solari saremmo all’85% dei piani annunciati a livello mondiale per tale anno, per le celle e i moduli all’85% e al 90% per i wafer, mentre per quanto riguarda il settore delle energie eoliche registriamo l’85% per pale e il 90% per le torri e le piattaforme; per i componenti delle batterie, il 98% per gli anodi e il 93% per i catodi. La Cina è responsabile dell’80% di tutta la capacità di produzione addizionale annunciata al 2030 per il rame, del 95% per il cobalto, del 60% per il litio e il nickel.

Il paese ha poi l’ambizione di raggiungere, sempre nel 2030, l’installazione di 1,2 miliardi di kilowatt di capacità installata di impianti eolici e solari.

Circa la metà dei pannelli solari prodotti in Cina sono esportati, prevalentemente in Europa e in Asia Pacifico, mentre sempre l’Europa importa il 25% delle batterie utilizzate dalla Cina. Nel settore eolico il paese è responsabile della metà delle esportazioni globali.

Lo studio non parla infine della questione dei boschi, ma la Cina appare anche essere ancora la leader mondiale per quanto riguarda la messa in opera di nuovi impianti boschivi.

I computer avanzati

Come sottolinea un altro rapporto pubblicato negli Stati Uniti di recente per conto del Massachussets Institute of Technology, del Council on competitiveness e della società Silicon Catalyst (Thompson, Evans, Armbrust 2023), il primato statunitense nei computer avanzati, una tecnologia fondamentale tra l’altro per la sicurezza nazionale, è quasi giunto alla fine. La ricerca indica che la Cina è ormai molto vicina agli Stati Uniti nel settore e che sta facendo dei passi in avanti più velocemente dei secondi. Così sino al 2015 all’incirca la metà dei supercomputer del mondo si trovavano negli Stati Uniti e la Cina era molto indietro nella classifica. Ma negli ultimi anni il paese asiatico ha fatto grandi passi in avanti e ora possiede più supercomputer dell’altro paese. Storicamente, poi, gli Stati Uniti guidavano il mondo nello sviluppo di nuovi algoritmi per il computing avanzato, generando i due terzi del totale mondiale, ma anche in tale campo il paese asiatico sta facendo grandi progressi; tra l’altro, la ricerca sottolinea come nel 2025 le istituzioni di ricerca cinesi impiegheranno il doppio di personale in possesso di un dottorato scientifico rispetto agli Stati Uniti.

Continua la lettura su CRS - Centro per la Riforma dello Stato

Fonte: CRS - Centro per la Riforma dello Stato


Autore: 
Vincenzo Comito

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 2.5 Italia. 


Articolo tratto interamente da CRS - Centro per la Riforma dello Stato



Cavaliere oscuro del web ore 15:34 Nessun commento:
Condividi

Pollice su e giù della settimana


Malore sul campo da rugby di Colorno: salvato dall'avversario con il defibrillatore tratto da Gazzetta di Parma

 
Strage in un centro migranti in Messico: scoppia un incendio, gli agenti lasciano chiuse le uscite: 39 morti tratto da Corriere.it



Cavaliere oscuro del web ore 15:05 1 commento:
Condividi

giovedì 30 marzo 2023

La verità



"Dobbiamo tenere a mente che, in generale, fare sensazione, colpire le fantasie, per i nostri giornali è più importante che volere la verità. La verità è interessante soltanto quando coincide con la sensazione. La stampa che segua solo opinioni correnti, anche se si tratti di opinioni fondate, non ha credito fra la massa. La massa considera profondo solo chi suggerisce aspre contraddizioni con le idee generali."

Edgar Allan Poe

Tratto da | Il mistero di Marie Roget di Edgar Allan Poe

Cavaliere oscuro del web ore 16:58 7 commenti:
Condividi

Tonnellate di acqua sulla Luna immagazzinate in "perline" di vetro



Articolo da SINC

Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su SINC

Sebbene in precedenza si pensasse che la Luna fosse asciutta, i campioni raccolti dalle missioni Apollo negli anni '70 rivelavano già l'esistenza di acqua intrappolata nei minerali all'interno della luna. Gli orbiter l'hanno rilevato anche su tutta la superficie lunare, specialmente ai poli.

Gli scienziati hanno ritenuto che l'interazione del vento solare con i materiali del suolo del nostro satellite potrebbe produrre acqua e mantenere lì un ciclo di questo elemento. Tuttavia, nessun serbatoio acquoso era stato identificato sulla superficie lunare. Ora un team internazionale guidato dalla Cina crede di averlo trovato, come pubblicato sulla rivista Nature Geoscience.

Si tratta delle  'sfere di vetro da impatto' (IGB ), formate dal raffreddamento di materiale fuso espulso dopo il costante bombardamento di asteroidi che, sotto forma di meteoriti, cadono sulla Luna. Questo materiale granulare è sparso su tutta la sua superficie e può immagazzinare notevoli quantità di acqua a causa degli effetti dei venti solari.

Il ricercatore Huicun He dell'Accademia cinese delle scienze, insieme ad altri colleghi del suo Paese e del Regno Unito, hanno analizzato il contenuto d'acqua di questi IGB grazie ai campioni di suolo lunare raccolti dalla sonda Chang'e 5. Questa sonda è atterrata sulla luna nel dicembre 2020 e quello stesso mese ha portato il materiale raccolto sulla Terra per l'analisi.

Dopo aver misurato l'abbondanza, la composizione isotopica dell'idrogeno e le variazioni tra il nucleo e il bordo dell'acqua negli IGB, i risultati rivelano che l'acqua che immagazzinano è coerente con l'origine del vento solare. Ad esempio, appare la firma caratteristica di un  isotopo di idrogeno caricato positivamente (H+) .

Accumulo di acqua per diffusione

Inoltre, la distribuzione dell'acqua nelle singole "perle" indica che l'H 2 0 può rapidamente accumularsi in esse per diffusione, su scale temporali di pochi anni, ed essere rapidamente rilasciato. Gli autori suggeriscono che questo presenta un efficiente meccanismo di ricarica per guidare un ciclo dell'acqua attivo sulla superficie della Luna.

" Gli IGB preservano le firme di idratazione e mostrano un'abbondanza di acqua coerente con la diffusione verso l'interno dell'acqua derivata dal vento solare", scrivono Huicun He e colleghi . “La modellazione della diffusione stima tempi di diffusione inferiori a 15 anni a una temperatura di 360 K (86,85 °C). Questi brevi tempi di diffusione suggeriscono un efficiente meccanismo di ricarica dell'acqua che potrebbe sostenere il ciclo dell'acqua sulla superficie lunare".

I ricercatori osservano nel loro studio: "Stimiamo che la quantità di acqua immagazzinata in queste perle di vetro da impatto nei suoli lunari possa raggiungere 2,7 × 10 14 kg . Le nostre misurazioni dirette di questo serbatoio d'acqua superficiale lunare mostrano che gli IGB possono immagazzinare notevoli quantità di acqua derivata dal vento solare sulla Luna."

Gli autori osservano che l'acqua intrappolata in queste "perline" di vetro da impatto potrebbe rappresentare una potenziale risorsa idrica per la futura esplorazione della Luna , poiché è relativamente facile da estrarre, affermano. Concludono inoltre che questo tipo di materiale vetroso può ospitare serbatoi d'acqua simili su altri corpi senz'aria nel sistema solare o oltre.  

Continua la lettura su SINC


Fonte: SINC

Autore: SINC

    Licenza: Licenza Creative Commons
    Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.

    Articolo tratto interamente da SINC (agenciasinc.es) 


    Cavaliere oscuro del web ore 15:56 Nessun commento:
    Condividi

    In Francia approvata la controversa tecnologia di sorveglianza con il pretesto delle Olimpiadi



    Articolo da Human Rights Watch

    Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La traduzione rende il senso dell’articolo, tuttavia consigliamo di leggere il testo originale su Human Rights Watch

    Ieri l'Assemblea nazionale francese ha adottato un disegno di legge del governo che potrebbe, per la prima volta nella storia dell'UE, legalizzare l'uso della controversa videosorveglianza basata su algoritmi in Francia. La misura sarebbe stata introdotta a scopo precauzionale in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici del 2024 e costituirebbe una seria minaccia alle libertà civili e ai principi democratici.

    L'uso delle tecnologie di sorveglianza crea uno stato di monitoraggio, profilazione e tracciamento permanenti che danneggia in modo sproporzionato le persone emarginate. È stato dimostrato come i sistemi basati su algoritmi utilizzati per combattere il crimine portino a un'eccessiva criminalizzazione delle minoranze razziali, etniche e religiose.

    Decine di organizzazioni della società civile, tra cui Human Rights Watch, hanno scritto una lettera pubblica ai membri francesi dell'Assemblea nazionale, avvertendo che le nuove disposizioni costituiscono un preoccupante precedente di sorveglianza ingiustificata e sproporzionata negli spazi pubblici e minacciano i diritti fondamentali, come il diritto alla privacy, alla libertà di riunione e di associazione e al diritto alla non discriminazione.

    Le nuove misure di sorveglianza sono presentate nella legge come soluzione sperimentale dal governo francese. Ma l'esperienza in Francia e altrove ha dimostrato che le misure di sicurezza sperimentali spesso diventano la norma.

    Anche istituzioni indipendenti e politici si sono espressi. La Commissione consultiva nazionale per i diritti umani (CNCDH) ha messo in guardia i parlamentari francesi contro una misura che è “troppo pregiudizievole per le libertà fondamentali per essere adottata”. Quarantanove membri del Parlamento europeo hanno messo in guardia contro la creazione di un “precedente di sorveglianza mai visto in Europa”.

    Nonostante queste gravi preoccupazioni, i parlamentari francesi hanno sostenuto la misura, aprendo la strada agli abusi in patria e dando l'esempio ad altri paesi che potrebbero cercare di sfruttare i problemi di sicurezza come meccanismo per estendere i propri poteri di sorveglianza.

    Le Olimpiadi dovrebbero essere un'opportunità per i cittadini francesi di vedere i suoi atleti brillare. Invece, il governo sta sfruttando i giochi per aumentare la sua capacità di osservare i suoi cittadini. I giochi olimpici non dovrebbero essere usati come esperimento per testare tecnologie di sorveglianza intrusive che mettono in pericolo i diritti.

    Continua la lettura su Human Rights Watch

    Fonte: Human Rights Watch

    Autore: Elvire Fondacci 

    Licenza: Licenza Creative Commons
    Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Stati Uniti.

    Articolo tratto interamente da HRW - Human Rights Watch



    Cavaliere oscuro del web ore 14:51 2 commenti:
    Condividi

    2022: l'anno dei superprofitti



    Articolo da Sbilanciamoci.info 

    Le notizie recenti sui grandi gruppi industriali del mondo sono sconcertanti. I profitti sono saliti a livello stellare e soprattutto nei settori più inquinanti: energia fossile, trasporto marittimo e lusso. Il caso della Francia, dove ci si accanisce sulla riforma delle pensioni, è forse il più eclatante.

    A leggere le notizie di stampa e a scorrere gli ultimi bilanci ed i recenti comunicati di stampa dei grandi gruppi internazionali si possono rilevare degli sviluppi interessanti e per molti versi inquietanti, sviluppi da mettere in relazione in particolare alle conseguenze portate dallo scoppio del Covid, dalla guerra in Ucraina, dalla legislazione protezionista varata di recente da Biden negli Stati Uniti. Ci concentriamo nel testo soltanto su due di tali conseguenze.  

    I profitti dei gruppi multinazionali nel 2022

    I risultati economici ottenuti dai grandi gruppi internazionali nel 2022 si sono rivelati, in molti casi, clamorosi. Vediamo di seguito le vicende relative ad un Paese abbastanza rappresentativo, nonché soprattutto ad alcuni settori di attività che sembrano particolarmente benedetti dalla sorte. 

    Il caso della Francia

    Prendiamo il caso della Francia. Sono stati pubblicati i bilanci relativi al 2022 delle 40 società che compongono il principale indice di borsa francese, il CAC 40, e le cifre economiche e finanziarie appaiono senza precedenti (Bezat, 2023, a). Mentre tutte le imprese citate hanno aumentato, spesso in misura rilevante, le loro vendite nell’anno, 38 tra le 40 società elencate hanno realizzato un utile compressivo di 152 miliardi di euro, l’11% in più dell’anno precedente, mentre viene annunciata una ricchissima distribuzione di dividendi, superiore del 29% a quella del 2021. Chi ha battuto il primato dei profitti è una società non quotata, la CMACGM, di cui parleremo più avanti e che ha guadagnato nell’anno 23,5 miliardi di euro, quasi il 40% in più rispetto al 2021. 

    I risultati confermano l’aumento del potere delle grandi famiglie che controllano molti dei grandi gruppi, con molti dei migliori risultati ottenuti dalla stessa CMACGM, dalla LVMH – il cui arrogante proprietario, Bernard Arnault, è ormai l’uomo più ricco del mondo – e poi dall’Oreal, da Hermés, da Bouygues, da Michelin, da Dassault.

    A questo proposito si può ricordare un’analisi del premio Nobel Thomas Piketty di qualche tempo fa che mostrava come le prime 500 famiglie francesi abbiano visto il loro patrimonio passare negli ultimi dieci anni da 200 a 1.000 miliardi di euro. Intanto il governo, con il suo progetto di riforma delle pensioni, mira a togliere risorse alle classi meno agiate. 

    Incidentalmente, il successo delle grandi famiglie in Francia come in gran parte nel resto del mondo smentisce ancora una volta il vecchio dogma anglosassone della superiorità di prestazioni economiche dell’impresa ad azionariato diffuso e a controllo manageriale.  

    Il caso dei tre settori 

    Al di là della Francia, grazie al Covid e alla guerra in Ucraina, i grandi gruppi, in particolare in alcuni settori, hanno guadagnato tanti soldi come non era mai successo nel mondo. Nella gara ai profitti si sono distinte tre attività: quelle dell’energia fossile, del trasporto marittimo di merci, infine del lusso.

    Per quanto riguarda l’energia, veniamo informati che la Exxon ha ottenuto nel 2022 profitti netti per 56 miliardi di dollari; la Shell per 39,9; la Chevron per 36,5; la Bp per 27,7 ed infine la Total per 21. Questi risultati, che ammontano in totale a 181 miliardi di dollari, appaiono in forte crescita rispetto all’anno precedente. Nel suo piccolo, anche Eni ha compiuto il miracolo, guadagnando nell’anno 13,3 miliardi di euro, 9 in più rispetto al 2021. Comunque tali cifre, che sembrano enormi, impallidiscono rispetto a quelle della saudita Aramco, che ha guadagnato 161 miliardi di dollari nell’ultimo anno, cifra mai vista, con una crescita del 46% rispetto al 2021. Tale risultato appare equivalente a quello delle prime quattro imprese occidentali dell’energia messe insieme.   

    Anche i profitti dei tre più grandi gruppi del trasporto marittimo hanno raggiunto livelli record di profitti nel 2022. Così la Maersk, la compagnia danese, ha registrato un utile netto di 27,2 miliardi di euro nel 2022, con un aumento del 62% rispetto all’anno precedente; la francese CMACGM, dal canto suo, ha ottenuto, come già accennato, un profitto di 23,5 miliardi, il più alto risultato dell’anno tra tutte le compagnie francesi, rispetto ai circa 17 miliardi del 2021 (Bezat, 2023, b). Risultati eccezionalmente alti sembra aver raggiunto anche la italo-svizzera MSC del finanziere Aponte, la più grande società del settore, che però non pubblica i bilanci. E’ stato calcolato che nell’esercizio 2021-2022 la compagnia marittima abbia guadagnato intorno ai 25 miliardi di euro, circa il doppio che nell’esercizio precedente allo scoppio del Covid.

    I tre gruppi stanno utilizzando tali somme anche in un grande sforzo di diversificazione (Bouissou, 2023), per investire nei servizi ad alti margini nella catena di fornitura globale, penetrando in forze nel settore della logistica, con la presenza tra l’altro nel trasporto ferroviario, stradale, aereo, prevedendo così di diventare degli integratori, piuttosto che dei semplici trasportatori di container. Inoltre, in particolare la MSC sta impiegando molte risorse nell’accrescimento della sua flotta di circa un terzo; negli ultimi due anni ha ordinato 287 nuove navi e tra l’altro ha firmato dei contratti con i cantieri cinesi per la costruzione di un rilevante numero di navi porta-container ciascuna con un capacità di trasporto di più di 24.000 teu, le più grandi del mondo, seguendo una strategia di abbattimento dei costi attraverso economie di scala, per ridurre così i prezzi e guadagnare quote di mercato, attualmente al 18% del totale mondiale.

    Anche il settore del lusso, sia pure con risultati quantitativamente inferiori in valori assoluti rispetto a quelli degli altri due settori – e nonostante che la Cina, causa Covid, nel 2022 non abbia risposto troppo bene -, ha raggiunto traguardi molto interessanti. I profitti del gruppo più importante, la LVMH, hanno raggiunto i 14,1 miliardi di euro, con un incremento di circa il 20% rispetto all’anno precedente. Le prospettive per il 2023 – vista anche la ripresa cinese, il mercato più importante del mondo insieme a quello degli Stati Uniti- si presentano ancora più rosee.

    Merita una breve nota anche il settore delle grandi imprese digitali, che presenta di recente grandi complessità. Segnaliamo qui che la Apple ha registrato nel 2022 utili netti per 99,8 miliardi di dollari, risultato non molto distante dalla saudita Aramco; mentre la Microsoft, dal canto suo, annuncia per lo stesso anno una cifra di 72,7 miliardi, che è comunque il doppio della Chevron.  

    Continua la lettura su Sbilanciamoci.info

    Fonte: Sbilanciamoci.info


    Autore: 
    Vincenzo Comito

    Licenza: Licenza Creative Commons
    Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non opere derivate 3.0 Italia.


    Articolo tratto interamente da Sbilanciamoci.info 


    Cavaliere oscuro del web ore 13:09 Nessun commento:
    Condividi

    Mi hanno sempre attratto...


    "Mi hanno sempre attratto persone capaci di andare controcorrente, anche a costo dell'isolamento, della solitudine. Persone capaci di raccontare storie, di mostrare visioni altre. E inevitabilmente hanno acceso la mia curiosità, perché, come diceva il mio amico Eduardo Galeano, capace di raccontare la storia dell'America Latina attraverso racconti ironici e apparentemente non importanti, fatti di cronaca, 'il cammino si fa andando', non sai mai dove queste storie ti possano portare. È il bello della vita, tutto sommato."

    Gianni Minà 


    Cavaliere oscuro del web ore 12:48 5 commenti:
    Condividi

    Il razzismo in Italia



    Articolo da Comune-info

    Il 2022 è stato un anno disastroso, dice l’ultimo rapporto di Amnesty International. Agnès Callamard, la segretaria generale, non usa mezze misure per quel che riguarda l’Italia. È convinta che il governo stia “vergognosamente criminalizzando chi assiste rifugiati e migranti”, e non può non essere consapevole che il razzismo contemporaneo stia mostrando il suo profilo sistemico ancor più che in passato. Questo accade per lo più quando il suo tratto istituzionale – quello ribadito ancora con il primo decreto legge del 2023, indirizzato falsamente alla “gestione dei flussi migratori” – s’intreccia in modo particolarmente perverso con le offensive mediatiche. Quando, appena pochi giorni dopo la strage di Cutro, Vittorio Feltri – tra i più influenti opinionisti italiani degli ultimi decenni, eletto in Lombardia con il partito del presidente del consiglio e in passato candidato da Meloni e Salvini perfino alla presidenza della repubblica – spiega che “agli extracomunitari ricordo un vecchio detto italiano: partire è un po’ morire. State a casa vostra” c’è veramente poco da ridere. Non è un vecchio signore con il gusto della provocazione e un tasso alcolico elevato quello che dice: “Io non ho mai frequentato le spiagge né messo un piede in mare. Ma se dovessi affrontare le onde sceglierei una nave vera non una carretta semigalleggiante condotta da scafisti delinquenti”. No, Feltri è un autorevole opinion leader che illustra a platee molto vaste l’asse delle politiche italiane sulle migrazioni. Sono politiche davvero razziste o si tratta invece delle solite pantomime tra schieramenti politici in cui vince chi la spara più grossa e poi tutto scivola nella melmosa palude mediatica senza lasciar concreta traccia? Annamaria Rivera prova, ancora una volta, a restituire la pienezza dei significati al tempo che stiamo vivendo, un tempo in cui l’espressione politica che chiama con la formula “circolo vizioso del razzismo” si fa ogni giorno più letale e terribilmente concreta

    Per cominciare, conviene proporre una definizione di razzismo, sia pure imperfetta. Quella che suggerisco è la sintesi della voce che scrissi per il Grande Dizionario Enciclopedico UTET. Il razzismo – scrivevo – è definibile come “un sistema di credenze, rappresentazioni, norme, discorsi, comportamenti, pratiche e atti politici e sociali, volti a stigmatizzare, discriminare, inferiorizzare, subordinare, segregare, perseguitare e/o sterminare categorie di persone alterizzate“. A mio parere, il termine “razzismo”, al singolare, è preferibile a “razzismi” (molto in voga, anche a sinistra), se vogliamo definire il carattere unitario del concetto, al di là delle variazioni empiriche del fenomeno.

    Il razzismo (al singolare) è anche un sistema, spesso subdolo, di disuguaglianze economiche e sociali, nonché giuridiche e di status, che viene riprodotto, avvalorato, legittimato da norme, leggi, procedure e pratiche routinarie: ciò che in altre parole è detto razzismo istituzionale. Il quale finisce per generare una stratificazione di disuguaglianze in termini di accesso a risorse economiche, sociali, materiali e simboliche (lavoro, status, servizi sociali, istruzione, conoscenza, informazione…). Occorre sottolineare, infatti, l’importanza dei dispositivi simbolici, comunicativi, lessicali che sono in grado di agire direttamente sul sociale, producendo e riproducendo discriminazioni e ineguaglianze.

    Quanto alla nozione di “razza” – criticata e poi abbandonata da una buona parte delle stesse scienze sociali e biologiche che avevano contribuito a elaborarla – essa è una categoria tanto infondata quanto paradossale, essendo basata sul postulato che istituisce un rapporto deterministico fra caratteri somatici, fisici, genetici e caratteri psicologici, intellettivi, culturali, sociali. “Razza” non è altro che una metafora naturalistica, per dirla con la formula di Colette Guillaumin, sociologa femminista, autrice de L’idéologie raciste. Genèse et langage actuel (1972): una delle opere migliori che siano state scritte sul mito della razza e sul razzismo, ciò nondimeno tradotta in Italia assai tardivamente, nel 2022. Tale metafora è adoperata per naturalizzare non solo le persone alterizzate, ma anche lo stesso processo di svalorizzazione, stigmatizzazione, gerarchizzazione, discriminazione ai danni di taluni gruppi, minoranze, popolazioni.

    Nel razzismo odierno, che si è convenuto di definire “neo-razzismo”, il determinismo biologico-genetico è spesso sfumato, talvolta dissimulato. Al fine di giustificare ostilità, disprezzo o rifiuto degli altri e delle altre, di attuare e legittimare pratiche di discriminazione, segregazione ed esclusione, fino allo sterminio, perlopiù si essenzializzano differenze o presunte differenze, sociali, culturali, religiose, così da concepirle come a-storiche, assolute, immutabili.

    Nondimeno, conviene ricordare che già l’antisemitismo moderno era solo in apparenza culturalista e differenzialista: ha ragione Etienne Balibar a sostenere che «il neo-razzismo può essere considerato, dal punto di vista formale, come antisemitismo generalizzato».

    Di conseguenza, conviene non assolutizzare neppure l’assunto secondo il quale il razzismo dei nostri giorni sarebbe senza razze. In realtà, gli slittamenti, il mélange, i passaggi dal razzismo biologista a quello detto culturalista, ma anche viceversa, ci sono sempre stati, ci sono tuttora, sono sempre possibili: al momento opportuno può riemergere l’immaginario sedimentato della “razza”.

    Faccio due esempi. Pensate all’impiego corrente della nozione di etnia. Spesso, nell’uso che ne fanno i media, non è altro che un mascheramento di “razza”, per meglio dire un suo sostituto funzionale eufemistico. Altrimenti non si comprenderebbe perché mai in certi lessici giornalistici italiani, anche mainstream o perfino decisamente di sinistra, possano ritrovarsi espressioni paradossali quali “individuo di etnia cinese” o “di etnia latino-americana”.

    Insomma, gli altri e le altre, non sono nominabili – simmetricamente al noi – secondo la nazionalità e la loro singolarità, poiché si pensa che appartengano a un’entità collettiva diversa, primitiva o primigenia: l’”etnia”, cioè la “razza”.

    Tuttavia, vi è un caso recente che illustra come “etnia” sia usato esplicitamente, anche in rapporto al noi, come sinonimo di “razza”. È quello del leghista Attilio Fontana, attuale governatore della regione Lombardia, che, da candidato, affermò, in perfetto stile Ku Klux Klan: “Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca (…) devono continuare a esistere o devono essere cancellate”. 

    In realtà, in Italia come in Francia, soprattutto a partire dal 2013 e ora più che mai, si assiste a uno sconcertante ritorno della stessa “razza”, evocata da immagini e rappresentazioni del tutto simili a quelle che potevano trovarsi nelle pubblicazioni popolari al servizio della propaganda fascista e colonialista: anzitutto il topos che assimila i “negri” a scimmie, col classico corollario di banane.

    In Italia, dileggi e ingiurie di tal genere s’intensificarono in modo martellante e quotidiano, soprattutto al tempo del governo Letta prendendo a bersaglio, in particolare, la ex ministra per l’Integrazione, Cécile Kyenge, di origini congolesi: nel 2013 il leghista Roberto Calderoli osò pubblicamente compararla a un “orango”.

    Non fosse altro che per questo, alquanto discutibile appare l’impegno profuso da taluni/e studiosi/e, soprattutto francesi e italiani/e, che si rifanno alla “Critica postcoloniale”: una tendenza diretta a reintrodurre il termine e la nozione di razza nel lessico delle scienze sociali, in tal modo vanificando quasi un secolo di paziente lavoro critico volto a decostruirli. Per citare solo l’ambito dell’antropologia culturale, è almeno a partire dagli anni ’30 del Novecento che la “razza” inizia a essere confutata da illustri studiosi, soprattutto da antropologi culturali statunitensi, quali Franz Boas e Ashley Montagu, più tardi dal cubano Fernando Ortiz (El engaño de las razas, 1946): quest’ultimo, purtroppo, mai tradotto, quasi sconosciuto, quindi raramente citato.

    Incuranti del rischio di ri-legittimare la “razza” al livello del senso comune, i “post-coloniali” la hanno collocata al centro del loro apparato concettuale, sia pur intendendola come costruzione sociale e dispositivo d’inferiorizzazione, subordinazione, esclusione degli altri e delle altre.

    Il ragionamento di alcuni di loro è riassumibile nei termini di un sillogismo di questo genere: la retorica dei diritti umani ha fatto della “razza” un interdetto; ma, poiché la discriminazione e il razzismo esistono, per renderli palesi, analizzarli, contrastarli, nominarne le vittime, conviene riesumare il termine di razza.

    Continua la lettura su Comune-info 


    Fonte: Comune-info  


    Autore: 
    Annamaria Rivera

    Licenza: Licenza Creative Commons
    Quest' opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Italia. 

    Articolo tratto interamente da 
    Comune-info 


    Cavaliere oscuro del web ore 12:17 Nessun commento:
    Condividi
    ‹
    ›
    Home page
    Visualizza versione web

    Informazioni personali

    La mia foto
    Cavaliere oscuro del web
    Visualizza il mio profilo completo
    Powered by Blogger.