domenica 22 ottobre 2017

Ocse: l'uguaglianza di genere? Un percorso in salita




Articolo da InGenere.it 

Il report dell’Ocse Il perseguimento dell'uguaglianza di genere: un percorso in salita, pubblicato lo scorso 4 ottobre, è una miniera d’oro di dati. Ultima tappa, per ora, di un viaggio iniziato nel 2010 con il lancio della Oecd Gender Initiative volta a esaminare gli ostacoli alla parità di genere nei settori dell’istruzione, dell’occupazione e dell’imprenditorialità. Questo rapporto analizza la situazione attuale tracciando meriti e demeriti di cui gli stati membri dell’organizzazione sono stati protagonisti negli ultimi cinque anni.

Scorrendo le sue oltre 300 pagine, ci si immerge in un’analisi ampia e dettagliata, che spazia dalla lotta alla violenza di genere all’istruzione delle ragazze, dagli strumenti di governance indispensabili per affrontare efficacemente il tema della disuguaglianza di genere (come il gender mainstreaming e il gender budgeting) ai famigerati soffitti di cristallo, dalle donne migranti alle donne imprenditrici. Ma si parla molto anche di uomini, nella consapevolezza che solamente portando anche loro dentro la conversazione, prima a livello di analisi e poi, soprattutto, sul piano delle politiche, si potranno fare progressi consistenti sul fronte della parità di genere.

Incentivi per la richiesta del congedo di paternità, una più equa condivisione del carico del lavoro di cura, contrasto agli stereotipi di genere a tutti i livelli  istituzioni e media prima di tutto  e fin dai primissimi anni di scuola, maggiore trasparenza nei salari per combattere il gender pay gap, azioni positive per far avanzare le donne nelle posizioni di leadership, sostegno per lo studio e l’occupazione delle ragazze nelle materie scientifiche tecniche e matematiche (STEM), introduzione di modalità flessibili di lavoro: tutte politiche e strumenti introdotti da diversi stati che si stanno dimostrando efficaci e individuano in maniera chiara la direzione lungo la quale muoversi. Tuttavia, e questa è la prima notizia – o, purtroppo, “non-notizia”  che emerge dal report, le azioni implementate e i risultati ottenuti sono ancora troppo poco, e avvengono troppo lentamente. I divari di genere, si legge nel comunicato stampa di presentazione del report, persistono in tutte le aree della vita sociale ed economica dei paesi Ocse e la dimensione di questi divari, nella maggior parte dei casi, è cambiata molto poco negli ultimi anni”. 

Per quanto riguarda il nostro paese, i risultati non sono entusiasmanti. L’Italia continua a registrare un tasso di occupazione femminile tra i più bassi dei Paesi Ocse, con un differenziale del 18 per cento rispetto al corrispettivo maschile. Una delle cause di questo dato è la scarsa accessibilità ai servizi di assistenza all’infanzia: dei bambini di età compresa tra i 0 e i 2 anni, solo un quarto è formalmente inserito in strutture di questo tipo. Non solo: sulle donne continua a pesare la stragrande percentuale della cura della casa e della famiglia, dato che svolgono più dei tre quarti dei lavori non retribuiti domestici. Le statistiche di cui disponiamo disegnano un quadro inequivocabile: il 78% delle donne che ha rassegnato le dimissioni nel 2016 sono madri e il 40 per cento del totale delle domande ha avuto, come motivazione, l’impossibilità di conciliare il lavoro con le esigenze di cura della famiglia. Questi dati evidenziano come la disuguaglianza di genere sia un fenomeno capillare che collega tra di loro molti aspetti della vita economica, sociale e culturale di un paese e che, quindi, non si può risolvere con singoli interventi mirati ma deve prevedere uno sguardo più ampio e organico, in grado di muovere tante leve contemporaneamente. In questo caso, gli stereotipi sui ruoli di genere, ancora fortemente radicati, e una normativa sui congedi parentali ancora fortemente incentrata sul ruolo della madre con soli due giorni di congedo di paternità (quattro più uno facoltativo nel 2018, ndr) sono due tra i maggiori ostacoli a un sensibile miglioramento sul fronte dell’occupazione femminile.

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Fonte: InGenere.it 

Autore: 
Elsa Pili

Licenza: Licenza Creative Commons
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Articolo tratto interamente da 
InGenere.it 



Sabato 28 ottobre torna il Linux Day


Comunicato da Linux Day

Sabato 28 ottobre torna la principale manifestazione italiana dedicata a Linux, al software libero, alla cultura aperta ed alla condivisione: decine di eventi in tutta Italia, centinaia di volontari coinvolti e migliaia di visitatori per celebrare insieme la libertà digitale!

 Dal 2001 il Linux Day è una iniziativa distribuita per conoscere ed approfondire Linux ed il software libero. Si compone di numerosi eventi locali, organizzati autonomamente da gruppi di appassionati nelle rispettive città, tutti nello stesso giorno. In tale contesto puoi trovare talks, workshops, spazi per l'assistenza tecnica, gadgets, dibattiti e dimostrazioni pratiche.

Di seguito l'elenco degli appuntamenti registrati; seguici su Twitter o Facebook, o iscriviti alla newsletter per aggiornamenti.

L'accesso al Linux Day è libero e gratuito!

Per maggiori informazioni: http://www.linuxday.it/


Rialzarsi


"Un piede avanti l’altro, un passo alla volta, non ha importanza quante volte cadi, quello che è importante e che ti rialzi una volta in più.
Se non credi in te stesso non pensare che gli altri lo facciano per te. Le prove a cui sopravviviamo ci rendono più forti."

Friedrich Nietzsche




venerdì 20 ottobre 2017

L'inquinamento uccide 9 milioni di persone all'anno


Articolo da PrimaDaNoi.it

ROMA. L'inquinamento non fa ammalare solo il Pianeta ma anche i suoi abitanti, al punto da causare una morte su sei a livello globale, provocando malattie tra le più disparate, da quelle cardiovascolari alle respiratorie, ai tumori, fino anche a gravi infezioni; il peso maggiore in termini di vite umane grava sulle spalle del Sud del Mondo. "Emesso" sulla rivista The Lancet, il grigio bollettino dell'inquinamento parla di 9 milioni di morti l'anno (dati relativi al 2015).

L'inquinamento atmosferico (esterno da smog, particolato presenti nell'aria e interno da uso domestico di combustibili fossili) è responsabile di 6,5 milioni di morti l'anno (in gran parte per malattie cardiovascolari e respiratorie); l'inquinamento idrico di 1,8 milioni di decessi annui (per infezioni gastrointestinali, parassiti, diarrea), l'inquinamento legato all'ambiente di lavoro (da tossine e sostanze chimiche cancerogene) 0,8 milioni di morti annui (specie per tumori).


Infine l'inquinamento da piombo è responsabile di mezzo milione di morti legati a ipertensione, insufficienza renale, malattie cardiovascolari.

Sono solo alcuni dei dati emersi da uno studio della Commission on Pollution and Health, un progetto biennale che ha coinvolto oltre 40 autori di vari paesi del mondo.

Usando dati del Global Burden of Disease, è emerso che la maggioranza dei decessi si colloca nel Sud del mondo in cui mediamente ogni 4 morti una è imputabile all'inquinamento, specie in paesi come India (che da sola conta 2,5 milioni di morti da inquinamento in un anno) e Cina (1,8 milioni), travolti da una rapidissima industrializzazione.


Le forme di inquinamento associate allo sviluppo industriale quali l'inquinamento atmosferico ambientale (incluso l'ozono), l'inquinamento chimico, occupazionale e del suolo fanno oggi più vittime che in passato: si è passati da 4,3 milioni nel 1990 a 5,5 milioni nel 2015.

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Fonte: PrimaDaNoi.it


Autore: redazione PrimaDaNoi.it


Licenza: Creative Commons (non specificata la versione


Articolo tratto interamente da PrimaDaNoi.it



L’addormentato nella valle di Arthur Rimbaud


L’addormentato nella valle

È una gola di verzura dove il fiume canta
impigliando follemente alle erbe stracci
d'argento: dove il sole, dalla fiera montagna
risplende: è una piccola valle che spumeggia di raggi.

Un giovane soldato, bocca aperta, testa nuda,
e la nuca bagnata nel fresco crescione azzurro,
dorme; è disteso nell'erba, sotto la nuvola,
pallido nel suo verde letto dove piove la luce.

I piedi tra i gladioli, dorme. Sorridente come
sorriderebbe un bimbo malato, fa un sonno.
O natura, cullato tiepidamente: ha freddo.

I profumi non fanno più fremere la sua narice;
Dorme nel sole, la mano sul suo petto
tranquillo. Ha due rosse ferite sul fianco destro.

Arthur Rimbaud

Pollice su e giù della settimana


Record di trapianti alle Molinette: nove vite salvate grazie ad un solo donatore tratto da La Stampa





Inquinamento: colpevole di una morte su sei nel mondo tratto da Ok Salute e Benessere







Proverbio del giorno


Chi semina vento raccoglie tempesta.


mercoledì 18 ottobre 2017

Lettera di un italiano in Svizzera



Sono stato contattato via mail e invitato a pubblicare una lettera sfogo sul disagio degli italiani in cerca di lavoro in Svizzera.

Ricevo e pubblico:

Sono un italiano: fin qui, nessuna colpa.

Appartengono alla “classe 1984”: nemmeno questa una colpa. Una “sfiga” forse si: quella di appartenere ad una generazione di mezzo, quella generazione “Y” nata a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90: né “figli dei fiori” (per lo più “figli di papà” in lotta per superbi ideali, almeno finché non entrati in banca o ottenuto un posto fisso); né figli della globalizzazione (svezzati a pane e smartphone e quanto mai “cittadini del mondo”). Una generazione “ibrida” cresciuta in un mondo jurassico ormai estinto, dopato da un benessere diffuso e indottrinato dal mito della crescita felice.

“Studia e farai strada”, dicevano in tanti; “Una laurea in Legge è meglio di un’assicurazione sulla vita”, aggiungevano altri. Ed eccomi qui, a 33 anni, crocifisso dal mercato del lavoro, con una Laurea (cum Laude) in tasca e tanti sogni in un cassetto che non si aprirà mai… Il miraggio resta sempre lo stesso: né la fama, né il successo, né la ricchezza, nemmeno il famigerato “posto fisso”… Semplicemente un lavoro, un dignitosissimo lavoro, che consenta finalmente di esclamare: “Ce l’ho fatta!”.

Una doverosa puntualizzazione -per tutti i tastieristi seriali pronti a sparare giudizi come sentenze-: non datemi del “choosy” o “kippers” o “neet”, per favore! In primis, perché odio l’esterofilia imperante: quantomeno usiate un epiteto nostrano (“sfaticato”, “fannullone”…); in secundis, poiché non mi sono di certo adagiato sugli allori. La laurea è stata un traguardo raggiunto dopo anni di fuori corso, ma al costo di mantenersi a tutti i costi da solo, alternando lavoretti in nero e tirocini “aggratis” (anzi, a proprie spese): per definire al meglio la mia posizione, conierei il neologismo di “diversamente occupato”!

Dimenticavo: oltre ad esser figlio degli anni ’80, sono un figlio del Sud: la medaglia al petto di “sfigato”, dunque, me la sono meritatamente conquistata! Cosa vuol dire, per un giovane -non raccomandato e senza un’impresa di famiglia alle spalle- cercare lavoro al Sud? Il più delle volte, un gioco al lotto: con la differenza, in questo caso, di giocare sulla propria pelle!
Arrivati al primo bivio della propria vita (i trent’anni), così, è facile voltarsi indietro ed accorgersi di aver sprecato i propri anni migliori tra cumuli di libri e lavoretti eternamente precari, temporanei, a scadenza… Il prezzo necessario da pagare per non essere scavalcati da chi gioca al rialzo nella disperazione!

Si superano i trent’anni, poi, e si scopre d’improvviso di esser troppo presto invecchiati per il mondo del lavoro: bonus a go-go per l’assunzione di under-29, con buona pace per chi non è né tanto giovane né tanto vecchio!

Allora ci si ributta nuovamente a capofitto negli studi, preparandosi per un concorso pubblico. Peccato che, eliminati tutti quelli per i quali vige il solito dolente limite d’età, di corposi ne restano ben pochi. E quando per mesi ti prepari per uno dei pochi concorsi a cui aspirare (si veda quello per Assistenti Giudiziari), ti ritrovi a tirare le somme con altri 300 mila candidati per poche centinaia di posti!

Giunge inesorabile, così, il momento di pensare alla fuga, a scappare all’estero! Quale meta migliore della vicinissima Svizzera (e dell’italianissimo Canton Ticino)? Ripensi ai tanti che ce l’hanno fatta, trovando la loro fortuna tra la Svizzera, il Belgio e la Germania, e molli tutto -gli affetti e le amicizie di una vita- per partire, pronto a sfidare la sorte per un tozzo di pane.

Passano i mesi, e ti rendi però conto che il Paradiso non è di questa Terra… Cerchi un lavoro attinente ai tuoi studi? Ben presto ti accorgi che qui la tua laurea è fondamentalmente “carta straccia”! Cerchi un qualsiasi lavoro, pur umilissimo, che ti permetta di vivere dignitosamente? Nella migliore delle ipotesi, qualora non si richieda il Tedesco Madrelingua (un’oscenità per qualsiasi italiano medio!), o uno dei tanti attestati federali immaginabili (anche per un posto di lavapiatti!) o un permesso di soggiorno (un miraggio senza prima un contratto in mano…), ti rispondono: “ma lei è sprecato per questa posizione…”.

Col morale a terra, continui ancora a cercare la tua strada, tra cartelloni pubblicitari che raffigurano gli italiani come “ratti” e, un po’ ovunque, giornali che sfoggiano titoli a tutta pagina del tipo “Costretti ad emigrare!” (riferiti, stavolta, ai Ticinesi, a causa dell’immigrazione italiana).

Sconfortato, sull’orlo di una crisi di nervi, chiudi gli occhi, e ti accorgi di vivere con un pugno di mosche in mano… ma un tesoro inestimabile attorno: la tua Famiglia, gli affetti più cari, sempre al tuo fianco, comunque pronti a sorreggerti. Ed è in questi momenti che un dilemma, come una preghiera, ti scuote brutalmente la coscienza: si può certamente vivere “per” la Famiglia; ma fin quando si può sopravvivere “di” Famiglia???

G.S.
(Un italiano in Svizzera)


Fonte: inviato via mail dall'autore 

Autore: G.S.

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lunedì 16 ottobre 2017

Non è lavoro, è sfruttamento




Articolo da La Città Futura

Non è lavoro, è sfruttamento è il libro di una giovane ricercatrice militante, Marta Fana, recentemente uscito in libreria per Laterza. Il libro è una sorta di viaggio oltre la frontiera dei diritti, lì dove si sperimentano le nuove e più radicali forme di sfruttamento, dai voucher al cottimo fino al lavoro gratuito, passando dall'alternanza scuola lavoro. Un viaggio dentro il reality del nuovo mercato del lavoro, dove non ci sono diritti, non c'è orario e non c'è luogo di lavoro, non c'è malattia e non ci sono ferie, a volte non c'è nemmeno salario. Insomma, lì dove il concetto di lavoro si dissolve in quello di sfruttamento.

Il libro è da leggere, scorre via veloce, scritto in una prosa semplice e gradevole. Mi permetto quindi una riflessione che va un po’ oltre. E un passo indietro. Cosa è lavoro e cosa è sfruttamento? Nel 1978 nel suo Dizionario di Sociologia, Luciano Gallino li definiva così. Lavoro: attività intenzionalmente diretta, mediante un certo dispendio di tempo e di energia, a modificare in un determinato modo le proprietà di una qualsiasi risorsa materiale o simbolica, onde accrescerne l’utilità per sé o per altri, con il fine ultimo di trarre da ciò, in via mediata o immediata, dei mezzi di sussistenza. Sfruttamento: vedi Capitale.

In una società capitalistica, di fatto, il lavoro è sfruttamento, cioè appropriazione più o meno indebita di parte del plusvalore prodotto. Però c'è stato un tempo in cui il lavoro era anche identità, integrazione, riconoscimento sociale e persino dignità. Efficacemente, un altro sociologo, Aris Accornero, aveva definito il Novecento il secolo del Lavoro (con L maiuscola), descrivendone poi la parabola che, sul finire degli anni ‘90 lo stava trasformando nel più prosaico termine di lavori (al plurale e con la L minuscola). Proprio quei lavori di cui parla Marta Fana 20 anni dopo, nel mercato usa e getta della precarietà assoluta.

Non è che l'operaio del Novecento fosse meno sfruttato del lavoratore precario di oggi. L'organizzazione taylor-fordista del lavoro nelle fabbriche di quei decenni non era certo meno massacrante. E nemmeno la classe operaia degli anni ‘70 andava in paradiso. Ma era protagonista, nella società, nella politica, nella cinematografia, appunto e in generale nell'immaginario collettivo. C'era una centralità del lavoro, in particolare una centralità operaia, conquistata anche con le lotte degli anni ‘70, che lo rendeva soggetto sociale e politico. A fronte di una condizione per definizione monotona e ripetitiva, la classe operaia aveva in cambio le garanzie del posto fisso, l’accesso al welfare e alla società dei consumi, la costruzione di un sistema di tutele e diritti di cui lo Statuto dei Lavoratori fu l'architrave. Piacesse o meno, alla base esisteva un compromesso, tutto interno alla società capitalistica: sfruttamento in cambio di diritti, salario e inclusione sociale.

Il punto è questo. Oggi è rimasto soltanto lo sfruttamento. Non ci sono più i diritti e lavorare non è più garanzia di inclusione né tanto meno di benessere. Si può lavorare, ma essere comunque poveri. E oggi a nessuno verrebbe in mente di cantare "chi non lavora, non fa l'amore", perché il lavoro non garantisce di per sé alcuno status. La parabola è iniziata a cavallo degli anni 80 e 90, preparata nelle fabbriche, nella politica e nell'immaginario collettivo dalla sconfitta del movimento operaio ai cancelli di Mirafiori nel 1980.


Da allora, profezie tanto apocalittiche quanto affrettate hanno portato l’opinione comune a credere che, con l'innovazione tecnologica e organizzativa, la classe operaia fosse in via di estinzione. In realtà, non sono mai spariti gli operai. Non c'è mai stata alcuna evidenza statistica di questo tipo. Sono diminuite di sicuro le grandi fabbriche fordiste e aumentate le micro-imprese artigiane. Sono entrate in massa le donne nel mercato del lavoro e sono aumentate le professionalità a basso valore aggiunto nei servizi. Ma non è mai sparito il lavoro operaio, né tanto meno lo sfruttamento. Soltanto che non aveva più il volto dell'operaio interpretato da Gianmaria Volonté nel film del 1971. 

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La Città Futura 


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La prevenzione salva dai terremoti


Articolo da Eddyburg.it 
di Roberto De Marco

Dopo i terremoti devastanti, superato il primo drammatico impatto, i governi di ogni stagione hanno dovuto sempre recuperare una condizione penalizzante: l’esito troppo severo, un lutto immenso, la penosa desolazione dell’impotenza manifesta nel dare protezione. Si cerca di rendere accettabile ciò che non lo è, le giustificazioni sono espresse al superlativo: il disastro è sempre enorme, l’evento di inaudita potenza, l’esito assolutamente imprevedibile. Un attimo dopo interviene l’impegno perentorio: il governo si mobiliterà affinché queste cose non capitino più. Anzi si promette qualcosa anche di più ambizioso: la messa in sicurezza del territorio, espressione priva di senso compiuto, senza forse rendersi conto dell’irraggiungibilità di quell’obiettivo nel paese dei tanti rischi.


E’ l’impegno del giorno dopo, mosso da un bel po’ di coscienza opaca per avere già tradito quello della penultima volta; è la reiterata promessa che vuol avere un’azione tranquillizzante, sedativa nei confronti delle reazioni, delle polemiche montanti sulle macerie. Si cerca di chi è la colpa, si denuncia la lentezza dei soccorsi, il collasso inaspettato di edifici che non dovrebbero subirlo: di scuole, di ospedali, di caserme, dei luoghi da cui dovrebbe muoversi chi soccorre piuttosto di esser loro stessi soccorsi. Il mancato allarme, il “si poteva prevedere”, spunta quasi sempre, e qualche volta anche a ragione, soprattutto se il segno sulle carte del rischio aveva un colore rosso scuro e se un raro terremoto ha lanciato qualche segnale premonitore del suo arrivo che non si è voluto riconoscere.

Tutto è consentito per rassicurare quando il terremoto, nella consapevolezza collettiva, nella percezione delle dimensioni del rischio incombente, diviene un evento minaccioso il cui effetto distruttivo sembra non poter essere contrastato. Proprio come sta accadendo in quest’inizio di secolo, cominciato piuttosto male: nel 2002 a San Giuliano di Puglia, un piccolo terremoto che fa cadere una scuola su una scolaresca; ancora nel 2009, centouno anni dopo Messina e Reggio Calabria, un altro capoluogo, di regione, L’Aquila, viene sconquassata da un terremoto che non è nemmeno il suo massimo storico. Passano altri quattro anni, nel 2012 una scossa molto violenta colpisce l’Emilia mettendo a terra intere filiere produttive tanto ricche quanto incredibilmente fragili. Poi, nel 2016 accade che Amatrice, sulla quale la protezione della normativa sismica operava da quasi un secolo, viene polverizzata da una scossa di magnitudo 6.0, e deve piangere 298 vittime.

Poco dopo, invece, Norcia, con una magnitudo superiore di 6.5 non ha nessuna vittima e solo danni relativamente consistenti. Ma Norcia era stata già ricostruita due volte nel ‘79 e nel ‘97 del secolo scorso dopo altrettanti terremoti, e quindi una considerazione raggelante: essere stati rassicurati a lungo dalla nostra prevenzione, come ad Amatrice, non serve; piuttosto è necessario essere sopravvissuti a due terremoti distruttivi ed esser stati poi gratificati da altrettante ricostruzioni oneste e qualificate come a Norcia. Ulteriore riscontro, quindi, alla conclamata insufficienza dell’azione di prevenzione durata più di un secolo, attraverso il lentissimo procedere della classificazione sismica del territorio e l’applicazione, nei comuni via via classificati, della normativa tecnica ma solo per le nuove costruzioni.

D’altronde nessuno può far finta di non sapere da sempre che l’azione di prevenzione inaugurata dal terremoto di Reggio e Messina nel 1908, ad un secolo di distanza non ha dato quello che per altro non aveva mai potuto promettere: la protezione del patrimonio edilizio più antico e nemmeno di quello recente dove la classificazione era arrivata tardi. Insomma, che la prevenzione fosse una coperta corta era cosa nota, ma forse si è a lungo sperato che fosse almeno un po’ più pesante. Il patrimonio edilizio più antico così è diventato lo zoccolo duro del problema, mentre nuove fragilità si sono aggiunte. Come a Casamicciola, già rasa al suolo nel 1883, dove l’ultimo terremoto del ’17 ha riproposto il tema dell’abusivismo, dell’impressionante quantità di edilizia illegale che ha devastato l’isola verde, come veniva chiamata Ischia, determinando nuove tragiche vulnerabilità.

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Fonte: Eddyburg.it
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Articolo tratto interamente da Eddyburg.it 


Il mio cordoglio ai parenti delle vittime di Mogadiscio


La mia solidarietà e cordoglio ai parenti delle vittime del vile attentato terroristico a Mogadiscio. Una strage spaventosa, le  ultime notizie che arrivano dalla Somalia parlano di 276 vittime e circa 300 feriti.

In ogni parte del mondo, muoiono vittime innocenti per mano di persone vigliacche e senza cuore, dove vuole andare a finire l'umanità? 






Elezioni in Austria: vincono i popolari di Kurz



Articolo da Vivere Italia

15/10/2017 - Domenica si sono svolte in Austria le elezioni legislative per il rinnovo del parlamento: il Partito Popolare (OVP), di destra, guidato dal 31enne Sebastian Kurz, ha conquistato il 31,6% dei voti, davanti ai socialdemocratici (SPO) di centrosinistra del cancelliere uscente Christian Kern, con il 26,9%, e al Partito della Libertà (FPO) di estrema destra guidato da Heinz-Christian Strache, che ha ottenuto il 26%.


Poi gli altri partiti: i liberali di NEOS hanno otttenuto il 5,1% dei voti, i verdi di PILZ il 4,3%. Resta fuori dal parlamento l'altro partito verde, Die Grunen, che non è riuscito a raggiungere la soglia di sbarramento del 4%, fermandosi al 3,9%.


I due partiti di destra hanno ottenuto complessivamente più del 50% dei voti e potrebbero quindi formare una coalizione di governo con Kurz, attuale ministro degli Esteri, come cancelliere. Se così fosse, il leader dei popolari diventerebbe il capo di governo più giovane al mondo.

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Fonte: Vivere Italia


Autore: Marco Vitaloni

Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported


Articolo tratto interamente da Vivere Italia



Diario autunnale di Giovanni Pascoli



Diario autunnale

Per il viale, neri lunghi stormi,
facendo tutto a man a man più fosco,
passano: preti, nella nebbia informi,
che vanno in riga a San Michele in Bosco.
Vanno. Tra loro parlano di morte.
Cadono sopra loro foglie morte.
Sono con loro morte foglie sole.
Vanno a guardare l'agonia del sole.

Giovanni Pascoli 


Citazione del giorno


"Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli sempre la speranza."

Lucio Anneo Seneca


sabato 14 ottobre 2017

Buon fine settimana a tutti!




Questo blog non sarà aggiornato oggi e domani, colgo l'occasione per augurare un buon fine settimana a tutti.


venerdì 13 ottobre 2017

Due lupi



Un anziano Cherokee parlava al nipote della vita: ”Dentro di me c’è una lotta”, disse al ragazzo. “C’è un terribile combattimento tra due lupi. Uno è cattivo, è rabbia, invidia, dolore, rimorso, avidità, arroganza, autocompatimento, colpa, risentimento, inferiorità, bugie, falso orgoglio, superiorità ed ego”.

Poi continuò: ”L’altro è buono, è gioia, pace, amore, speranza, serenità, umiltà, gentilezza, benevolenza, empatia, generosità, verità, compassione e fede. Lo stesso conflitto c’è anche dentro di te e dentro ognuno di noi”.

Il nipote riflettè un minuto su queste parole, poi domandò al nonno: ”Quale lupo vincerà?”. L’anziano Cherokee disse semplicemente: ”Quello che nutri!”

Nativi americani


Racconto tratto dal web senza fonte sull'autore.


Pollice su e giù della settimana


Risonanza magnetica nel bosco incantato per i piccoli pazienti del Regina Margherita a Torino tratto da GreenMe.it





Ha una crisi epilettica al ristorante Sgridata: «Così mi spaventa i clienti» tratto da Corriere della Sera







giovedì 12 ottobre 2017

Anche in Italia torna il “vuoto a rendere“


Articolo da Verdecologia

Torna il ‘vuoto a rendere’ per sensibilizzare i consumatori sull’importanza del riutilizzo e del riciclo per diminuire la produzione di rifiuti.

A distinguere gli esercenti, che hanno scelto di aderire alla fase sperimentale del sistema di “vuoto a rendere” per le bottiglie di birra e acqua minerale, sarà il simbolo collocato all’ingresso di un bar, di un ristorante, di un albergo o di altri punti di consumo.

Lo stabilisce il regolamento del ministero dell’Ambiente, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che attua la misura del “Collegato Ambientale” rivolta alla prevenzione dei rifiuti di imballaggio monouso attraverso l’introduzione, su base volontaria per un anno, di un sistema di restituzione di bottiglie riutilizzabili.

La pratica del vuoto a rendere già diffusa con successo in altri Paesi

“Un Paese proiettato nell’economia circolare come l’Italia – afferma il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti – non può che guardare con interesse a una pratica come il vuoto a rendere, già diffusa con successo in altri Paesi. Questo decreto – aggiunge Galletti – dà una possibilità a consumatori e imprese di scoprire una buona pratica che aiuta l’ambiente, produce meno rifiuti e fa risparmiare soldi”.

Riutilizzare per diminuire la produzione di rifiuti


L’intento, come detto, è quello di riutilizzare per diminuire la produzione dei rifiuti, infatti, gli stessi contenitori – bottiglie più resistenti in vetro, plastica o altri materiali – potranno essere riutilizzati oltre dieci volte prima di divenire scarto.

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Fonte: Verdecologia

Autore: 
M.G. M


  
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Articolo tratto interamente da Verdecologia



Los Angeles

DTLA In Motion | HYPERLAPSE & DRONELAPSE COMPILATION from Vadim Tereshchenko on Vimeo.

Photo e video credit Vadim Tereshchenko caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons


Liverpool in 4K

Amazing Liverpool | TimeLapse - 4K | Amazing Series #14 from Mattia Bicchi Photography on Vimeo.

Photo e video credit Mattia Bicchi Photography caricato su Vimeo - licenza: Creative Commons


mercoledì 11 ottobre 2017

La magia



"La magia è un modo di percepire ciò che ci circonda. La vita è piena di magia, per chi la vuole vedere. Ed è quando inizi a guardati intorno con occhi diversi che iniziano ad accadere cose meravigliose."

Simona Barè Neighbors


martedì 10 ottobre 2017

Cadete foglie di Emily Brontë



Cadete foglie

Cadete, foglie, cadete;
e voi, fiori, svanite...
Allungati notte, giorno sii breve;
Ogni foglia mi parla di felicità
Volando via dall'albero d'autunno.
E sorriderò quando fiocchi di neve
Sbocceranno dov'era la rosa;
Canterò quando il declino della notte
Annuncerà un giorno ancor più buio

Emily Bronte

Proverbio del giorno


La vita è un ramo di palma piegato dai venti.


lunedì 9 ottobre 2017

Vajont, per non dimenticare



Disastro del Vajont

 9 ottobre 1963 - 1917 vittime



Cinquant'anni senza il Che


Articolo da Pressenza


“Siamo militanti perché siamo rivoluzionari, perché crediamo nella libertà politica, la solidarietà e la giustizia sociale, nella speranza, il bene comune e la dignità di tutti. Siamo militanti perché pensiamo con la nostra testa anche se sbagliamo, perché ci provoca dolore l’ingiustizia commessa contro chiunque, arrivi da dove arrivi, perché non dubitiamo nel difendere il piccolo di fronte al grande, il debole di fronte al forte, perché sentendo paura, non una, ma molte volte, comunque abbiamo scelto di rischiare, rischiare tutto, senza aspettare una ricompensa, perché esponiamo la nostra pelle a causa di ciò che crediamo”.

[Parole di Ernesto Che Guevara riportate dalla figlia Aleida Guevara March, LEFT, 17 giugno 2017]

Il 9 ottobre del 1967 Ernesto Guevara veniva assassinato a La Higuera, in Bolivia, dopo la cattura del gruppo di guerriglieri con il quale era partito da Cuba in una data imprecisata di quell’anno. Il “Che” (soprannome che gli era stato dato per il suo modo tipico di intercalare) era nato il 14 giugno 1928 a Rosario, in Argentina.

Ai tempi del fortunoso sbarco del Granma a Cuba il 2 dicembre 1956 aveva appena 28 anni (Fidel Castro ne aveva 29). Sopravvissero in 12 e sulla Sierra Maestra cominciarono la Rivoluzione. Il 29 dicembre 1958 la colonna comandata dal Che vinse la battaglia decisiva di Santa Clara – nella quale 350 guerriglieri comandati dal Che fronteggiarono 3.500 soldati governativi – facendo genialmente deragliare il treno blindato che doveva essere la carta vincente di Batista (a Santa Clara è conservato il treno deragliato sulle stesse rotaie): ricevuta la notizia, il 1 gennaio il dittatore fuggì precipitosamente dall’isola, e il 2 gennaio le colonne del Che e di Camilo Cienfuegos entrarono all’Avana.

Il Che venne nominato Presidente del Banco Nacional de Cuba (incarico delicatissimo in un momento cruciale per proteggere le finanze cubane), e quando venne creato il Ministero dell’Industria il 23 febbraio 1961 ricoprì la carica di Ministro per 5 anni.

L’essere umano più completo del nostro tempo


Non è possibile ricordare qui tutte le vicende del Che, ci limiteremo a ricordare alcune delle sue qualità intellettuali e umane che sfuggono spesso alle immagini oleografiche del guerrillero heróico, ma hanno impresso un’eredità indelebile alla Cuba odierna. E forse molto al di là di essa: ed è quello su cui cercheremo di insistere.

Il Che ebbe fin dall’inizio idee molto chiare da un lato sui valori che dovevano essere alla base della costruzione di una società solidale capace di rispondere ai bisogni di tutta la popolazione, e dall’altro sulla necessità di sviluppare una cultura e una scienza avanzate per affrancare Cuba in modo definitivo dallo stato di sostanziale subalternità in cui si trovano tutti i paesi del terzo Mondo. Due obiettivi che egli seppe tenere strettamente legati sia nel pensiero che nell’azione. La Rivoluzione cubana per la sua novità e originalità suscitò grandi interessi in tutto il mondo, attraendo frotte di intellettuali e scienziati: tra questi Jean-Paul Sartre, che incontrò il Che e scrisse che “non era solo un intellettuale, era l’essere umano più completo del nostro tempo”.

L’«uomo nuovo» … e la donna



Il 28 luglio 1960 davanti al Primo Congresso della Gioventù Latinoamericana che si svolse all’Avana il Che propose un concetto che avrebbe poi sviluppato ampiamente: l’idea dell’«uomo nuovo socialista», che concepiva come un nuovo tipo umano nel quale i sentimenti di solidarietà ed impegno nella società si sarebbero imposti sull’interesse e l’egoismo personali.

Chi si stupisse per il termine «uomo» deve pensare che nel 1960 erano ancora lontani i fermenti femministi e le preoccupazioni “di genere”: purtuttavia il Che mostrò ben presto la sua sensibilità in questo senso. In un discorso del 24 marzo 1963 (all’Assemblea Generale degli operai della Fabbrica Tessile Ariaguanabo per presentare i lavoratori di questo centro idonei alla candidatura di membri del PURSC) egli dichiarava, tra altre cose – rilevando che l’organismo del Partito Unito della Rivoluzione Socialista di Cuba eletto in un luogo di lavoro comprendente 3.000 operai includeva appena 4 donne su 197 membri – «effettivamente la donna non si è ancora liberata da una serie di legami che la vincolano alla tradizione di un passato che è morto. E per questa ragione essa non riesce a vivere la vita attiva del lavoratore rivoluzionario. L’altra causa può essere il fatto che la massa dei lavoratori, il cosiddetto sesso forte, ritiene che le donne non abbiano ancora sufficiente coscienza, e quindi fa valere la maggioranza di cui dispone». E aggiungeva riferendosi all’esempio di una «compagna, che era sposata – credo con un membro dell’Esercito Ribelle – per imposizione del marito non poteva viaggiare da sola, e doveva subordinare tutti i suoi viaggi al fatto che il marito lasciasse il proprio lavoro e l’accompagnasse ovunque lei dovesse andare. Questa è un’ottusa manifestazione di discriminazione della donna». E «l’emancipazione della donna deve consistere nella conquista della sua libertà totale, della sua libertà interiore, poiché non si tratta tanto di costrizioni fisiche imposte alle donne perché rinuncino a determinate attività: è anche il peso di una tradizione anteriore».

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Fonte: Pressenza


Autori: 
Rosella Franconi - Angelo Baracca

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domenica 8 ottobre 2017

Davanti a tutti i pericoli...



"Davanti a tutti i pericoli, davanti a tutte le minacce, le aggressioni, i blocchi, i sabotaggi, davanti a tutti i seminatori di discordia, davanti a tutti i poteri che cercano di frenarci, dobbiamo dimostrare, ancora una volta, la capacità del popolo di costruire la sua storia."

Ernesto Che Guevara


Ischia: la città sommersa di Aenaria


Articolo da Grande Napoli

È una vera e propria miniera quella che i movimenti tellurici stanno facendo riemergere a Cartaromana, la celebre baia di Ischia.

Si tratta di Aenaria, l’antica città sommersa che a poco a poco si sta svelando agli occhi di archeologi e sub. Il nome viene da “aenum” che in latino significa “metallo”.

Dai suoi fondali riemergono reperti che coprono dieci secoli, dal II secolo avanti Cristo all’VIII dopo Cristo.

Il sito è di notevole importanza – ha dichiarato al Mattino l’archeologa Alessandra Benini, della Soprintendenza – e testimonia la presenza ormai certa di insediamenti romani nella baia. Il ritrovamento di numerosi oggetti in ceramica da commercio e da mensa lascia pensare all’esistenza non solo di un sito portuale ma addirittura di un sito abitativo.”

Ma non è solo la ceramica ad essere estratta; dal 2011, anno dei primi ritrovamenti, Aenaria ha restituito tessere di mosaico e resti di imbarcazioni, residui di lavorazione del piombo e lingotti.

Aenaria è solo uno dei tanti tesori sommersi che costellano il golfo di Napoli e le coste campane. Non a caso l’associazione italiana guide ambientali escursionistiche darà luogo, dal 9 al 13 ottobre, ad un tour per la stampa nelle quattro aree marine protette della Campania. Oltre ad Aenaria saranno toccate la villa romana di Licosa nel Cilento, Villa Pausilypon alla Gaiola, il parco archeologico di Baia, i fondali di Punta Campanella e la celebre Madonnina dei Sub.

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Fonte: Grande Napoli

Autore: 
Fabio Avallone

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Articolo tratto interamente da 
GrandeNapoli.it


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Posted by web sul blog on Domenica 12 aprile 2015