martedì 26 gennaio 2016

Ravensbrück: l’inferno delle donne

Bundesarchiv Bild 183-1985-0417-15, Ravensbrück, Konzentrationslager

Articolo da NarrAzioni Differenti

La storia di Ravensbrück è la storia di un campo di concentramento –dimenticato dai più e dalla storia– destinato, almeno nominalmente, alla rieducazione delle prigioniere, e trasformato poi in campo di sterminio dove morirono novantaduemila donne.

Le porte di Ravensbrück si aprirono il 15 maggio del 1939 e, a differenza della maggior parte dei campi di concentramento, era destinato perlopiù alle donne.

Ma al suo interno non erano presenti solo ebree che, infatti, costituivano il 15% circa delle internate. Il progetto di Hitler era quello di eliminare le donne non conformi, giudicate inutili dal regime: oppositrici politiche, lesbiche, rom, prostitute, disabili e donne con problemi psichici e sociali.

Sin da subito vennero internate duemila donne. Le prime deportate furono: comuniste, socialdemocratiche, antinaziste –seppur “ariane”– accusate del grave reato di aver violato alcune leggi sulla “purezza razziale”, avendo avuto rapporti sessuali con una “razza” inferiore a quella tedesca.

Lo scopo del campo, all’inizio, è quello di rieducare le antinaziste. La rieducazione si otteneva, secondo loro, attraverso ordine, disciplina, pulizia e lavoro, che diventano i primi strumenti di tortura per le deportate.

A Ravensbrück le giornate iniziavano con il fischio sinistro della sirena alle quattro del mattino e terminavano alle diciotto, dopo quattordici interminabili ore di duro lavoro, fame, angherie e atroci punizioni. I turni erano massacranti e alienanti. Mezz’ora di tempo per scendere dal letto, vestirsi di stracci, rifare il letto alla perfezione secondo il regolamento (altrimenti erano guai –e spesso la vita era appesa a un filo, anche solo per sciocchezze simili). Poi sùbito in coda alla latrina, schierandosi davanti al blocco per l’appello mattutino.

In piedi per ore e ore, in posizione di attenti, sotto la pioggia, la neve, senza muoversi, né lamentarsi, impossibilitate anche di coprirsi dal freddo. In quelle zone le temperature scendevano di parecchi gradi sotto lo zero, e dopo qualche minuto restare anche solo in piedi diventava un’impresa impossibile.

Questo è ciò che toccava alle donne più forti fisicamente, perché le più gracili venivano immediatamente sterminate.

Ad altre ancora invece aspettò un’altra, amara, sorte: furono impiegate nei bordelli interni ai campi di concentramento.

Per disposizione delle SS di Heinrich Himmler, Ravensbrück fornì tutti i principali lager, escluso quello di Auschwitz, di ragazze da impiegare nei bordelli interni ai campi di concentramento con l’intento di incrementarne la produttività. Ai suddetti bordelli avevano accesso: il personale di guardia al campo, gli internati criminali comuni (contraddistinti dal triangolo verde) e, più in generale, i prominenti di razza “ariana”.

Molte donne si offrirono volontarie per sfuggire alle terribili condizioni del campo.
Le prostitute impiegate nei bordelli dei campi ricevevano qualche beneficio in più rispetto alle altre donne che lavoravano nei capannoni delle fabbriche o fuori, al freddo, a fare lavori spesso inutili –come, ad esempio, trascinare enormi sassi da una parte all’altra del campo per poi risistemarli come prima.

Le donne che si prostituivano nei bordelli potevano riposare la mattina, avevano giorni liberi, ricevevano vestiti e cibo, potevano lavarsi e venivano generalmente trattate meglio; ma la maggior parte di esse tornarono a Ravensbrück dopo pochi mesi affette da malattie veneree.

Il paradosso risiedeva nell’internare prostitute per rieducarle, per poi impiegarle come prostitute nei bordelli dei campi di concentramento. Una delle tante, stupide, contraddizioni dei nazisti.

Donne disperate, sfruttate, affamate, calpestate, violentate. A Ravensbrück non c’era molta scelta e, come in tutti i campi di concentramento, si poteva morire per un sì o per no, per uno sguardo, per un gesto considerato oltraggioso o sbagliato, per un sospiro di troppo.

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Fonte: 
NarrAzioni Differenti  


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Articolo tratto interamente da 
NarrAzioni Differenti

Photo credit Bundesarchiv, Bild 183-1985-0417-15 / CC-BY-SA 3.0 [CC BY-SA 3.0 de], via Wikimedia Commons


5 commenti:

  1. Ti ringrazio per averlo postato, non conoscevo questo campo e l'ho letto con interesse. Quante atrocità si sono compiute!! Buona serata a te, Stefania

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  2. Un orrore negli orrori....è giusto ricordare, l'umanità fa così in fretta a dimenticare e gli orrori si ripetono, magari in modi diversi ma la sostanza non cambia...

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  3. Le atrocità del razzismo non ha conosciuto limiti...
    Tomaso

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  4. Ci si domanda come potessero esseri "cosiddetti" umani commettere cicliche atrocità con l'unico scopo di esprimere crudeltà. Sono in Germania dal 1971. Ho conosciuto residui umani di quella generazione, ora quasi tutti estinti. Non si rendevano conto delle loro schifezze. "Dovevamo farle, altrimenti nei Lager finivamo noi", questa la tiritera e nessun pentimento.
    La sindrome del Pangermanesimo, altrimenti nota come "Deutschland über alles", altrimenti nota come la sindrome "Gott mit uns" non morirà mai. Sanno di stare a soffocare Italia, Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, ma ciò che vale sono gli interessi tedeschi. Il resto è retorica, purtroppo.

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  5. Terribile storia di una violenza inaudita contro le donne.

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