domenica 6 settembre 2015

Cittadini presi a bombe d’acqua


Articolo da Il Simplicissimus

Forse è stato il fascismo con la sua ridicola retorica guerresca a sdoganare il termine bomba come sostantivo, prefisso o suffisso, talvolta usato in senso tecnico come autobomba o bomba carta, più spesso usato in funzione enfatica come notizia bomba, è una bomba o da qualche anno a questa parte bomba d’acqua, usata al posto di nubifragio, temporale, piovasco, rovescio, acquazzone L’espressione è certamente efficace, ma non ci sarebbe ragione di usarla con tanta frequenza e insistenza se non fosse che essa, come espressione nuova segna una sorta di cesura col passato. Un passato in cui c’erano lo stesso nubifragi e rovesci anche violenti, ma che in genere non causavano allagamenti, straripamenti, frane e altri disastri semplicemente perché il territorio era curato, i tombini liberi, la manutenzione costante, la cementificazione più contenuta, le strade costruite o rimesse a posto con più attenzione, le metropolitane realizzate per non allagarsi. Poi qualcosa si è rotto: il clientelismo, la congiunzione sempre più stretta tra affari e politica, lo stesso disinteresse dei cittadini, l’avidità generale e non ultima la nascita di veri e propri sistemi corruttivi ha relegato in un angolo la buona amministrazione e con essa la tutela del territorio.

Così è stato necessario ricorrere a una nuova espressione che nascondesse questa disintegrazione civile mettendola tutta sul piatto del cambiamento climatico, invocato quando si tratta di trovare una giustificazione, negato o rinnegato quando si tratta di fare qualcosa per evitarne le conseguenze future. Certo i fenomeni estremi sono più frequenti, ma si abbattono su un territorio senza più difese, anzi offeso in molti modi, nel quale, come a Roma, dodici minuti di pioggia intensa possono allagare strade e sottopassi a causa soprattutto di tombini e caditoie intasati e non sboccati, possono abbattere alberi la cura dei quali è ormai trascurata.

Posso testimoniare di questo passaggio persino in una delle città meglio amministrate del Paese: quando ero bambino a Bologna cadeva tanta neve che ci si divertiva a costruire igloo nei cortili. Le strade erano però pulite regolarmente, i marciapiedi sgomberati, tram e autobus funzionavano regolarmente o quasi, per cui gli unici veri inconvenienti erano gli scivoloni. Poi il clima cominciò a cambiare e le grandi nevicate lasciarono il posto a semplici spolverate di neve. Così quanto arrivò di nuovo la neve vera, nell’inverno del ’77 la città si ritrovò completamente paralizzata per parecchi giorni con strade cittadine, statali e autostrade impercorribili e la stazione bloccata per la prima volta dopo l’unificazione del Paese, causando enormi ritardi su tutte le tratte visto che si doveva evitare il nodo di Bologna. Solo a fatica e ripristinando i vecchi collegamenti col mondo agricolo e i suoi trattori, una volta regolarmente usati come spazzaneve, che si riuscì finalmente a liberare la città. Eppure nessuno aveva ipotizzato che non vi potessero essere nevicate come si deve: semplicemente era stato più comodo depistare quei pochi fondi e quel po’ di organizzazione su altro, approfittando della temporanea clemenza climatica.

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Fonte: Il Simplicissimus

Autore: ilsimplicissimus


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Articolo tratto interamente da Il Simplicissimus

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