mercoledì 4 marzo 2015

Il lavoro delle donne

 

In collaborazione con I racconti del lavoro invisibile, una riflessione sull’architettura del lavoro femminile come archetipo dell’architettura della quotidianità contemporanea.

Per raccontare il lavoro invisibile nel presente è necessario posizionarsi tra i pieni e i vuoti di una narrazione sul lavoro che sta a cavallo tra la retorica del discorso pubblico e le analisi più o meno lucide degli ultimi vent’anni. Una narrazione che ha costruito l’immaginario del lavoro e della sua trasformazione, senza mai decretarne la fine: dal lavoro al centro del disegno costituzionale, come presupposto di cittadinanza piena, fino alle riforme del mercato del lavoro nel nome della flessibilità e del dettame europeo (vedi jobs act); dalla promessa della piena occupazione, pilastro dello stato sociale, fino alla disoccupazione crescente raccontata in numeri e indicizzata sui generi e sulle generazioni.

Posizionarsi significa riconoscere il confine tra cosa è considerato lavoro e cosa non lo è, in quei vuoti che lasciano uno spazio di azione e di pratica. Le vite le troviamo lì, a tenere in piedi lo stato sociale, a inventare strategie di libertà e reti di condivisione, a sostenere con le esperienze i numeri del lavoro che scompare.

Riconoscere il lavoro che lavoro non è, nominarlo, farlo esistere, renderlo visibile e farne una questione politica, è stata una delle fortune del femminismo, per citare Nancy Fraser. Rivolta Femminile nel 1974 scriveva: «Noi identifichiamo nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di Stato, di sussistere». Perché il lavoro invisibile per eccellenza, il lavoro domestico e di cura, è sempre stato delle donne, un lavoro non riconosciuto, naturalizzato e svalorizzato. La rivoluzione femminista ha messo in discussione alla radice il sistema sociale patriarcale fondato sulla famiglia e sul soggetto sociale universale: il lavoratore, maschio, bianco, operaio, a tempo indeterminato. Ha messo in scacco la dicotomia dipendenza/indipendenza che era alla base dell’occultamento e della svalutazione del lavoro delle donne e a loro ha aperto lo spazio pubblico e, in maniera massiccia rispetto al passato, il mondo del lavoro.

Con l’ingresso in massa delle donne nel mercato del lavoro si comincia a parlare di un modo di produzione femminile, orientato alla riproduzione della vita umana e dei rapporti sociali: l’orientamento ai bisogni e alla cura delle persone, un comportamento espressivo e non strumentale, il sostegno affettivo, l’immaginazione e la fantasia, la spontaneità, l’orientamento all’ordine della casa, al corpo, alla soddisfazione del desiderio, caratteristiche legate al lavoro domestico delle donne. È proprio questa specificità dell’esperienza femminile del lavoro, che si muove in un contesto di rivalutazione dell’apporto delle donne alla creazione del benessere umano, a essere al centro degli studi di quella che, negli anni Novanta, viene definita femminilizzazione, della società e del lavoro.

«Negli ultimi trent’anni questi studi hanno fatto vedere che là dove l’inserimento delle donne non ha cancellato la differenza sessuale, là dove questo inserimento non è stato solo omologazione con il modello maschile, là dove le donne hanno potuto rendere significativa la loro cultura del lavoro, là si sono sviluppate modalità di lavoro e valori che possono rappresentare alternative reali all’attuale organizzazione del lavoro: forme orientate non solo alla produttività a ogni costo ma ai bisogni umani, alla cooperazione, alla capacità comunicativa e agli aspetti relazionali» (Borderias 2000, p. 134). Si intravede la possibilità di trasformare il mondo del lavoro stesso, a partire dalle esigenze, differenti, delle donne, da quel “di più” che possono “portare al mercato”: competenze, attitudini, capacità acquisite per genealogia, l’eccedenza del saper fare e del progettare, «la predilezione femminile per non separare il sapere fare il pane (e provarne piacere) e il saper fare filosofia, fare simbolico (e provarne piacere)» (Buttarelli 1997, p. 102).

Una rivoluzione inattesa – mossa dalla spinta a voler far parte di un contesto produttivo senza separarlo da quello riproduttivo – che si è irrimediabilmente incrociata e scontrata con le politiche liberiste di deregolamentazione del mercato del lavoro e di inclusione delle differenze, che hanno messo al lavoro la vita intera, di donne e uomini, in un modello del lavoro contemporaneo che assume come materie prime il corpo, il desiderio, il tempo. Cristina Morini la chiama «l’era della (ri)produzione sociale forzata»: «un meccanismo esplicitamente produttivo che il femminismo ha già da tempo molto ben individuato, anche se solo nella contemporaneità si esplica in tutta la sua evidenza critica, dovendo diventare finalmente terreno dell’analisi generale».

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Fonte: Il lavoro culturale 


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Articolo tratto interamente da Il lavoro culturale 


4 commenti:

  1. Il lavoro femminile mi sembra ancora decisamente sottovalutato, soprattutto nei paesi di area mediterranea dove la concezione della donna è ancora legata all'idea di moglie e madre (possibilmente sottomessa).
    Di passi avanti ce ne sono ancora da fare tantissimi, primo fra tutti la parificazione degli stipendi che non sarebbe male.
    Un abbraccio

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  2. Ottimo articolo; purtroppo mi sembre che le nuove generazioni non siano consapevoli del bisogno di continuare a riflettere sul ruolo della donna in occidente e altrove. La tua nuova follower Cecilia

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  3. Grazie caro Vincenzo, di questo veramente interessante articolo .
    La donna nonostante passi da gigante fatti ci sono ancora molto da fare.
    Ciao buona giornata caro amico.
    Tomaso

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  4. Già..sarebbe ora di colmare i vuoti, come dice l'articolo, e incominciare a pensare che abbiamo davvero bisogno di concepire strumenti/ metodi/idee / modalità, per rendere possibile questo lavoro a tempo autodeterminato!
    Un bell'articolo, grazie Vincenzo !

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